Inverno demografico e comportamento aziendale

di Piero Di Lorenzo

È passato sotto traccia il grido d’allarme lanciato alla fine dello scorso mese di maggio dall’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) in relazione alla denatalità e all’invecchiamento della popolazione italiana che rischiano di compromettere seriamente il sistema welfare.

Dall’analisi dell’INAPP si rileva che nel 2050 l’Italia rischia di ritrovarsi con un pensionato per ogni lavoratore attivo, praticamente un rapporto 1 a 1[1], senza dimenticare che il nostro sia anche stato il primo Paese al mondo ad aver assistito al sorpasso degli over 65 sugli under 15 nella prima metà degli anni Novanta[2].

Quanto analizzato dall’INAPP ha trovato sostanziale conferma nel giro di pochi mesi. Durante il mese di ottobre 2025, infatti, l’ISTAT ha certificato il calo delle nascite e fecondità ai minimi storici, facendo un raffronto con l’anno 2024 e analizzando i primi sette mesi dell’anno in corso[3].

Rinviando, per i dettagli, alla lettura delle sottostanti tabelle, si rammenta che nel 2025, in base ai dati provvisori relativi a gennaio-luglio, le nascite sono state circa 13mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2024 (-6,3%)[4], quando le nascite si sono attestate sulle 211.250 unità.

Il tasso di natalità, che nello stesso periodo del 2024 si attestava al 3,6 per mille, nel 2025 è pari al 3,4 per mille[5].

 

Prospetto riepilogativo su base ISTAT

 

L’andamento decrescente delle nascite, tra le altre cose, prosegue senza soste dal 2008, anno nel quale si è registrato il numero massimo di nati vivi degli anni duemila (oltre 576mila). Da allora la perdita complessiva è stata di quasi 207mila nascite (-35,8%)[6].

A livello sub-nazionale, sempre secondo i dati provvisori riferiti al periodo gennaio-luglio 2025, le ripartizioni nelle quali si osserva la diminuzione maggiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, sono il Centro (-7,8%) e il Mezzogiorno (-7,2%); segue il Nord (-5,0%)[7].

Le sole regioni a registrare un aumento sono, secondo i dati provvisori, la Valle d’Aosta (+5,5%) e le Province autonome di Bolzano (+1,9%) e di Trento (+0,6%)[8].

 

Prospetto riepilogativo su base ISTAT

 

Il calo delle nascite, oltre a dipendere dalla bassa propensione ad avere figli (1,18 figli in media per donna nel 2024), è causato dalla riduzione nel numero dei potenziali genitori, appartenenti alle sempre più esigue generazioni nate a partire dalla metà degli anni Settanta, quando la fecondità cominciò a diminuire, scendendo da oltre 2 figli in media per donna al valore di 1,19 del 1995[9].

 

Tavola riepilogativa su base ISTAT

Fonte: ISTAT.

 

È stato ampiamente dimostrato che le cause della denatalità e del conseguente invecchiamento della popolazione italiana – anche al netto di un cambio di marcia culturale tra le giovani coppie in atto da diverso tempo – dipendono sia da fattori demografici che da fattori socioeconomici, con particolare riferimento, per quanto concerne il primo profilo, alla riduzione nel numero di potenziali genitori e, per quanto riguarda il secondo aspetto, il ritardo dei “giovani” ad entrare nel mondo del lavoro, un ritardo, cioè, a rendersi indipendenti dalla famiglia di origine con condizioni lavorative instabili. Tutto ciò porta a posticipare la formazione di una propria famiglia.

Il problema è dunque serio. I demografi, difatti, concordano nel ritenere che per poter invertire la tendenza del calo delle nascite non basterebbe neppure aumentare la propensione a mettere al mondo figli per i prossimi decenni, tenuto conto, come già sottolineato poco sopra, della progressiva e forte riduzione del numero di donne in età feconda (le potenziali mamme), conseguenza della pregressa denatalità. Il problema, quindi, è anche numerico: poche mamme, non potranno che mettere al mondo pochi figli.

Non si tratta di proiezioni ma di tendenze già in atto.

Un Paese, insomma, inesorabilmente destinato all’invecchiamento e che dovrà fare i conti anche e soprattutto con conseguenze economiche preoccupanti che, nel breve periodo, potrebbero colpire, in prima battuta, la sanità pubblica e il sistema previdenziale.

Non si può dire che la politica italiana non sia interessata al problema: a partire dal 2015, per esempio, quando il numero delle nascite scese per la prima volta sotto le 500 mila unità, sono entrati in vigore una serie di provvedimenti che, nel corso degli anni, si proponevano di favorire la natalità e la genitorialità. Provvedimenti, comunque, poco strutturali, tanto è vero che alcuni sono stati contraddistinti dal termine “bonus”. Altri provvedimenti, invece, sono a dir poco falliti. Pensiamo alla “carta della famiglia” che avrebbe dovuto garantire sconti nei negozi ai nuclei familiari con almeno tre figli in età compresa sino ai 26 anni. Diventata operativa nel 2020, la carta ha funzionato per pochi mesi. Sulle ultimissime novità, ad ogni buon conto, ci siamo già in parte soffermati in questa stessa sede[10]. I governi che si sono susseguiti negli ultimi anni, dunque, non sembrano aver adottato misure che avrebbero potuto, se non altro, dare inizio ad un cambiamento di rotta.

Volendo utilizzare una parafrasi calcistica, si tratterebbe di attuare modifiche strutturali al sistema, certamente non risolutive ma che consentirebbero al Paese di giocare la partita, non certo in attacco ma perlomeno in difesa di quello che già si ha.

 

Le imprese e la denatalità

La denatalità e l’invecchiamento proseguono il loro corso inesorabile, dunque, con una Italia in piena glaciazione demografica. Anche alcune aziende stanno affrontando il problema con politiche adeguate, sia diversificando le strategie commerciali, sia fornendo valido ausilio ai propri dipendenti neogenitori. Alcune imprese, infatti, parte del settore industriale, parte del mondo delle relazioni economiche, a differenza della politica, hanno assunto, da tempo, un atteggiamento più consapevole e costruttivo rispetto alla denatalità e all’invecchiamento dell’Italia, sia adeguando la loro produzione in funzione del cambiamento in atto, sia tutelando i propri dipendenti con una adeguata gestione del personale in caso di nascita di un bambino, attuando, insomma, una parental policy che invogli le coppie a fare figli.

A tal proposito, giova rammentare un aneddoto menzionato da Marco Valerio Lo Prete[11], nel corso della presentazione del libro La trappola delle culle. Perché non fare figli è un problema per l’Italia e come uscirne[12], avvenuta a Roma il 12 ottobre 2022[13]. In tale consesso, il giornalista raccontò di un colloquio intercorso con il Professor Antonio Golini[14], nel corso del quale l’accademico ricordava di essere stato interpellato, già alla fine degli anni Ottanta, dai vertici della Plasmon preoccupati per la diminuzione delle nascite, trattando, loro, prodotti per bambini. Gli fu sostanzialmente chiesto se, nel giro di qualche anno, ci sarebbe stata un’inversione di tendenza all’andamento delle nascite. Il demografo, sulla base dei suoi studi, rispose di no. I manager della Plasmon, allora, chiesero al Professor Golini se poteva essere utile riposizionare il focus della produzione aziendale dedicando, per esempio, una linea di prodotti agli adulti, soprattutto quelli che tenevano in alta considerazione la salute. Questa volta Golini rispose di sì. la Plasmon si adeguò ai consigli dell’accademico e assicurò continuità al proprio business.

È un esempio banale che, però, evidenzia come gli imprenditori, già tempo addietro, hanno ascoltato gli esperti del settore. Il mondo economico, in soldoni, è stato più ricettivo della politica italiana.

Altre aziende, nel corso degli anni, hanno intrapreso la strada della Plasmon, diversificando la propria strategia commerciale e invogliando i propri dipendenti a fare figli, riconoscendo adeguate tutele economiche ma anche sindacali.

La “Artsana spa”, titolare del marchio Chicco, in risposta alla riduzione della fecondità, ha deciso di diversificare la sua offerta entrando anche nel mercato dei giocattoli e dell’abbigliamento. L’azienda ha avviato, inoltre, una campagna di sensibilizzazione alla tematica della denatalità. Essa stessa non si è sottratta ai suoi obblighi, favorendo i propri dipendenti con alcune mirate azioni: integrando, ad esempio, la possibilità di lavorare in modalità ibrida, o attraverso un orario flessibile e agevolando eventuali richieste di part-time, per venire incontro alle naturali esigenze di un neogenitore. Ricorrendo alla costruzione di una rete di servizi e strutture dedicati, come l’implementazione dell’asilo aziendale nelle vicinanze degli uffici, parcheggi rosa a uso esclusivo delle neomamme, un servizio di telemedicina pediatrica e un percorso di coaching al rientro dalla maternità. La Chicco ha anche ritenuto che l’arrivo di un bambino non debba gravare, economicamente, oltremodo sulla famiglia e, pertanto, offre una copertura superiore al 50% della retta dell’asilo nido aziendale per ciascun anno di iscrizione; un pacco nascita con una selezione dei prodotti; sconti extra dal settimo mese di gravidanza per i successivi 12 mesi un abbonamento pannolini per 6 mesi.

I neogenitori vengono incentivati tramite l’accesso a corsi dedicati, webinar e seminari legati alle varie tematiche relative alla genitorialità. Tutte le iniziative dell’Azienda avrebbero raggiunto risultati degni di rilievo: il tasso di abbandono lavorativo post maternità è infatti prossimo allo 0%[15].

La “Fater spa”, riconducibile ad “Angelini Industries”, titolare del brand “Lines” – ma anche della “Pampers” e di “Tampax” – un punto di riferimento nel settore del commercio di pannolini per bambini, ha deciso, a partire dal 2015, di investire anche nella produzione di pannolini per l’incontinenza degli anziani.

Anche questa azienda, al fine di accendere un faro sulla denatalità e sul conseguente invecchiamento della popolazione italiana, ha dato vita alla “Fondazione per la Natalità”, che si propone di tenera alta la guardia su questo tema e, soprattutto, di sensibilizzare la politica e l’opinione pubblica[16].

La Nestlé, che originariamente si dedicava alla produzione di latte condensato per l’infanzia, ha ora una gamma merceologica molto più vasta per far fronte all’esponenziale decremento delle nascite.

Nestlé e le Organizzazioni Sindacali degli alimentaristi – FAI CISL, FLAI CGIL e UILA UIL – hanno anche sottoscritto un accordo che istituisce la “Nestlé Baby Leave”, un congedo retribuito di 3 mesi (12 settimane consecutive) di cui potrà usufruire il papà/mamma lavoratore o il secondo caregiver in occasione della nascita di un figlio o dell’adozione di un minore.

Complessivamente, il Gruppo arriverà a investire oltre 1 milione di euro all’anno per questa nuova misura a sostegno della genitorialità condivisa.

La “Nestlé Baby Leave” potrà essere fruita dal secondo caregiver in un’unica soluzione entro sei mesi della nascita di un figlio o dell’adozione di un minore, per assicurarsi che i genitori abbiano il giusto tempo per definire una routine di collaborazione e supporto reciproco[17].

Da ultimo, la “Ferrero spa” che ha deciso, come altre aziende, di sensibilizzare la problematica legata alla denatalità, sottoscrivendo un accordo sindacale mirato:

l’innalzamento da 3 a 4 giornate di permesso per le visite pediatriche dei figli dei dipendenti, fino a 14 anni; 2 giornate di permesso retribuito al padre, per il lieto evento della nascita; forme di part-time per i genitori, fino ai 4 anni dei bimbi; l’inserimento in busta paga di un contatore speciale per le notti interamente lavorate da chi è genitore[18].

È del tutto evidente che il settore imprenditoriale, o almeno parte del settore imprenditoriale, sta affrontando il problema della denatalità e del conseguente invecchiamento sotto una luce diversa.

I provvedimenti adottati in alcune delle imprese a cui si è appena fatto cenno sembrano andare verso la giusta direzione nel tentativo di favorire la genitorialità ma anche di evitare che la nascita di un bambino possa comportare difficoltà finanziarie all’interno della famiglia, possa rappresentare un ostacolo ad eventuali avanzamenti di carriera all’interno delle aziende o, addirittura, una causa di allontanamento, per le neomamme, dalla stessa azienda.

La denatalità che attanaglia il Paese come una morsa sta chiamando in causa anche il mondo imprenditoriale che, dal suo canto, come abbiamo visto citando alcuni esempi virtuosi, non si sta tirando indietro.

 

[1] “Nel 2050 il rapporto tra pensionati e lavoratori sarà di 1 a 1”. Presentazione del nuovo numero rivista SINAPPSI, Roma 29 maggio 2025. Comunicato stampa INAPP.

[2] Ibidem.

[3] “Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2024”. Comunicato ISTAT, Roma 21 novembre 2025.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Crisi demografica italiana 2024/2025: impatti economici, sociali e sfide per il futuro, demograficamente.com, Siena 13 novembre 2025.

[11] Già caporedattore economia del TG1 RAI, oggi corrispondente dagli USA.

[12] L. Cifoni, D. Pirrone, La trappola delle culle. Perché non fare figli è un problema per l’Italia e come uscirne, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2022.

[13] www.radioradicale.it

[14] Insigne demografo, scomparso alcuni mesi orsono, già docente di demografia presso l’Università La Sapienza di Roma e presso la LUISS di Roma, nonché Presidente dell’ISTAT.

[15] www.chicco.it

[16] www.angeliniindustries.com

[17] www.nestle.it

[18] www.provitaefamiglia.it


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