di Piero Di Lorenzo
L’invecchiamento della popolazione italiana sta causando difficoltà economiche per l’assistenza sociale, sanità e pensioni.
L’allarme di Confindustria sulla carenza di manodopera che influisce sulla crescita economica.
I dati INPS confermano l’aumento del numero di badanti, prevalentemente lavoratori stranieri, con una forza lavoro che invecchia.
Le famiglie vanno incontro a difficoltà finanziarie in relazione all’assistenza ai familiari anziani.
L’OCSE evidenzia la diminuzione dei salari reali in Italia e sulle tendenze demografiche che incidono sulle proiezioni di crescita economica.
Una ulteriore conferma che l’Italia è un Paese sempre più avviato verso l’invecchiamento demografico, è pervenuta dal rapporto che l’ISTAT ha reso pubblico durante il corrente mese di ottobre: “Natalità e fecondità della popolazione residente”, che certifica l’andamento dell’anno 2024.
Secondo i dati processati dall’Istituto di Statistica, durante l’anno 2024, sono state registrate 369.944 nascite con un calo del 2,6% rispetto all’anno precedente[1]. Non solo: in base ai dati provvisori relativi al periodo gennaio-luglio 2025, le nascite sono risultate 13 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2024, segnando un -6,3%[2].
Volendo semplificare: i giovani diminuiscono e i vecchi aumentano, questo è il messaggio che emerge in modo chiaro. Si tratta di un problema oramai antico, come è noto, tenuto conto del fatto che il trend negativo viene certificato da tempo senza che sia stata rilevata una sia pur minima inversione di tendenza.
Il futuro dell’Italia è, pertanto, proiettato verso una popolazione sempre più anziana che, in tempi più o meno brevi, produrrà (o sta già producendo) ripercussioni economiche in termini assistenziali, sanitari e previdenziali che andranno a gravare sempre più sui conti pubblici.
I dati forniti dall’ISTAT da qui al 2050 non sono confortanti.
| Ampiezza media famiglia al 2050 | Famiglie monopersonali al 2050 | Calo popolazione attiva (15-64 anni) |
| 2,03 | 6,5 milioni | -7,7 milioni |
| Fonte ISTAT 2025 | ||
L’allarme di Confindustria
La questione non è sfuggita agli industriali italiani che hanno lanciato[3] un grido d’allarme proprio rispetto ai dati forniti recentemente dall’ISTAT, nel corso del primo Education & Open Innovation Forum, tenutosi il 23 ottobre 2025 a Siracusa.
“L’Italia è chiamata ad affrontare una delle sfide più profonde della sua storia recente: la glaciazione demografica. Entro il 2050, soltanto l’11,2% della popolazione avrà meno di 14 anni. Un Paese con meno giovani rischia di perdere capacità di innovazione, di generare valore e futuro…” ha detto Lucia Aleotti, Vice Presidente di Confindustria. Gli industriali, dunque, hanno affrontato, nel corso dell’incontro, a viso aperto e in termini drammatici, le problematiche connesse a demografia, migrazioni in entrata e migrazioni in uscita.
E di fronte a queste prospettive hanno chiesto, in modo chiaro e netto, interventi adeguati da parte della politica, sottolineando, senza giri di parole, che non va bene dire “faremo”, ma occorre agire “oggi”, perché la dimensione di questa crisi demografica è tale che il sistema delle imprese ne sta soffrendo già oggi. “Se guardiamo al 2028 rispetto al 2023 – ha proseguito Aleotti – le nostre imprese avranno 520mila lavoratori in meno rispetto alla loro necessità. Ma non avranno bisogno solamente di questi 520mila, avranno bisogno di altri 815mila lavoratori per riuscire a seguire un ritmo di crescita che consenta al nostro Pil di crescere e di sostenere la nostra economia”. A conti fatti parliamo di 1,3 milioni di lavoratori in meno rispetto al fabbisogno.
Anche i non addetti ai lavori, dunque, comprenderanno come l’invecchiamento della popolazione sta influendo, e influirà, sugli assetti delle famiglie sempre più piegate sulla fascia di età compresa tra i 65 e i 100 anni.
I dati dell’INPS
L’INPS, dal suo canto, ha sostanzialmente confermato l’andamento demografico descritto dall’ISTAT, certificando, per la prima volta in Italia, l’aumento del numero di badanti su tutto il territorio nazionale.
L’Istituto di Previdenza ha rilevato, attraverso l’Osservatorio sui Lavori Domestici, pubblicato il 18 giugno 2025, dati inequivocabili in relazione all’anno 2024: i domestici con almeno un contributo versato all’INPS sono stati 817.403, di cui, la gran parte composta da cittadini stranieri che rappresentano il 68,6%.
Nel 2024, inoltre, per la prima volta in Italia, la quota dei lavoratori “badanti” è stata del 50,5%, superando la quota dei lavoratori “colf” che si attestano sul 49,5%.
Ironia della sorte, anche i lavoratori domestici sembrano essere in scia con l’andamento demografico italiano, nel senso che anche questi ultimi sono sempre più “vecchi”. L’INPS, infatti, dice che, tra i lavoratori domestici, la classe di età “55-59 anni” è quella prevalente, con un peso pari al 18,6%. Il 25,7%, invece, ha un’età pari o superiore a 60 anni, mentre, solo l’1,5% ha un’età inferiore a 25 anni.
Quanto emerge dall’Osservatorio dell’INPS dimostra ineluttabilmente che il nostro Paese continua ad invecchiare e, l’aumento del numero delle badanti, ne è una prova lampante[4].
Le famiglie
A questo punto, si pone una domanda: chi si farà carico delle spese connesse all’assistenza degli anziani, soprattutto quelli non autosufficienti?
Al netto di coloro i quali possono permetterselo, le spese per badanti, RSA, cargiver, ricadranno sulle famiglie, con un ulteriore aggravio sul già magro bilancio economico.
In un articolo del 30 ottobre 2025, il quotidiano “Il Fatto Quotidiano” ha riportato, sia pur sinteticamente, le difficoltà che stanno incontrando attualmente le famiglie, ricollegandosi al lavoro svolto in tal senso dall’ISTAT: “… I salari reali lordi degli italiani, dice l’Istat, sono più bassi dell’8,8% rispetto a gennaio 2021. L’inflazione ha causato una perdita di potere d’acquisto che in larga parte non è stata recuperata. Il carovita ha portato poi anche il cosiddetto “fiscal drag”, un aumento di tasse sui lavoratori che non si sarebbe verificato se le aliquote dell’imposta sui redditi fossero agganciate all’inflazione. Si tratta di almeno 25 miliardi di imposte aggiuntive”[5].
Anche per l’Ocse, l’Italia è il Paese con la perdita di potere d’acquisto maggiore[6]. Nel terzo trimestre di quest’anno i lavoratori con il contratto scaduto sono 5,6 milioni, il 43,1% del totale. La crescita delle retribuzioni nei primi nove mesi è stata del 3,3% sullo stesso periodo del 2024 ma ha rallentato, soprattutto per il “marcato indebolimento del settore industriale. Rispetto al 2021, gli stipendi italiani sono scesi del 7,1%. E nei prossimi due anni i ridottissimi aumenti se li mangerà l’inflazione.
Si legge nel rapporto 2025 dell’OCSE: “L’Italia ha registrato il calo più significativo dei salari reali tra tutte le principali economie dell’OCSE”. A inizio del 2025 nel nostro Paese gli stipendi continuano ad andare in picchiata, facendo registrare un -7,5% rispetto al 2021.
Per il futuro non si prevedono cambiamenti. Per l’organizzazione internazionale “la crescita dei salari reali dovrebbe rimanere modesta nei prossimi due anni. I salari nominali in Italia dovrebbero aumentare del 2,6% nel 2025 e del 2,2% nel 2026. Questi aumenti sono significativamente inferiori rispetto alla maggior parte degli altri Paesi dell’OCSE, ma dovrebbero garantire comunque ai lavoratori italiani modesti guadagni in termini reali, dato che l’inflazione dovrebbe raggiungere il 2,2% nel 2025 e l’1,8% nel 2026”.
Sul futuro della nostra economia, conclude il rapporto dello scorso luglio, incide poi il pesante calo demografico che, secondo l’OCSE, si prevede, da qui al 2060, quando la popolazione in età lavorativa dovrebbe ridursi del 34% con forti ricadute sul Pil pro capite (oltre che sull’equilibrio del sistema previdenziale), che scenderà dello 0,67%.
Insomma, brutte notizie per le famiglie e, in particolare, per chi ha la necessità di assistere una persona anziana.
La politica tutta non sembra in grado, al momento, di fornire risposte che possano in qualche modo fronteggiare l’inverno demografico che attanaglia come una morsa l’Italia da qualche anno a questa parte. Ma anche nel breve periodo, non sembrano che siano state messe sul tavolo soluzioni per consentire alle famiglie di sostenere in maniera adeguata gli anziani bisognosi.
Erano state annunciate misure per sostenere i 14 milioni di anziani, i non autosufficienti e le rispettive famiglie. Il governo, in particolare, aveva varato un decreto attuativo del d.d.l. Anziani (Legge 33/2023). Si prometteva oltre “1 miliardo di euro in due anni e l’avvio della sperimentazione di una prestazione universale che consentirà di aumentare di oltre il 200% l’assegno di accompagnamento degli anziani più fragili e bisognosi”[7]. Niente di tutto ciò al momento. Le 540 euro dell’indennità di accompagnamento, sia pur utili, non sono in grado di soddisfare le reali esigenze di anziani bisognosi di assistenza, di chi, in particolare, ha necessità di essere assistito, anche in modo specializzato, ventiquattro ore su ventiquattro. Si tenga conto, al riguardo, che una badante non qualificata a tempo pieno costa almeno 2 mila euro al mese.
La riforma, poi, con l’andar del tempo, sembra essersi allontanata dai criteri che l’avevano ispirata originariamente, intraprendendo, dunque, altre strade, quelle indicate dai decreti attuativi. Pensiamo alla variante relativa alla prestazione universale di cui il governo aveva parlato nel 2024: l’accompagnamento resta intatto e viene affiancato da un voucher da 850 euro al mese da spendere in prestazioni assistenziali o sanitarie. Ma è cosa per pochissimi: può essere richiesto solo da chi, oltre alla non autosufficienza, ha 80 anni e un Isee inferiore ai 6mila euro.
Il Ministero del Lavoro, come riportato dal Sole 24 Ore[8], ha proposto, allora, di tagliare di 125 milioni lo stanziamento per il 2025, liberando fondi nei bilanci comunali e, per il 2026, di alzare a 12mila euro la soglia Isee per chiedere la prestazione (si propone, insomma, di allargare la platea dei percettori).
Non se la passano meglio gli anziani non autosufficienti e lungodegenti cronici over 65 che sono ricoverati nelle RSA. Il 50% della quota della retta dovrebbe essere versata dallo Stato. La quota diventa del 100% nei casi più gravi. Molto spesso, però, la metà dei costi che sarebbero a carico del Servizio Sanitario Nazionale non viene pagato alle famiglie. La Conferenza delle Regioni, negli ultimi tempi, ha deciso di affrontare tale problematica mettendo in cima alla lista delle priorità per il 2026-28 un incremento del fondo sanitario e sottolineato la necessità di un “progressivo riconoscimento del livello di sanitarizzazione” di patologie tipo l’Alzheimer, “fino alla totale presa in carico del Ssn”[9].
Non molto dissimili le vicende dei cargiver per i quali, secondo l’articolo 53 del testo della manovra finanziaria in corso e al netto delle riconosciute agevolazioni lavorative, la dotazione a sostegno del ruolo di cura e di assistenza è di 1,15 milioni di euro per l’anno 2026[10]. Dal 2027 saranno solo 207 milioni annui[11]. Le associazioni dei genitori e delle famiglie hanno, ovviamente, fatto sentire la propria voce.
È un problema di enorme portata, tenuto conto del numero consistente di cargiver in Italia come sintetizzato dai grafici sottostanti[12]:

In conclusione, risulta evidente che il carico economico della cura delle persone anziane, soprattutto quelle non autosufficienti, si regge sulle loro pensioni e sulle spalle delle famiglie, su cui gravano spese enormi, tanto è vero che la famiglia, certe volte, ad esempio, cerca di spendere meno, magari non regolarizzando la badante, il che, poi, diventa un danno per entrambi.
Per un Paese che sembra ineluttabilmente destinato ad un costante invecchiamento, l’assistenza agli anziani sta diventando un problema che non consente più rinvii.
[1] Comunicato stampa ISTAT del 21 ottobre 2025.
[2] Ibidem.
[3] La Nazione, 24 ottobre 2025 (https://www.lanazione.it).
[4] INPS, Osservatorio sui Lavori Domestici, 18 giugno 2025 (https://www.inps.it).
[5] Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2025 (https://www.ilfattoquotidiano.it).
[6] OCSE, Employment Outlook 2025 (https://www.oecd.org).
[7] Il Fatto Quotidiano, 30 ottobre 2025(https://www.ilfattoquotidiano.it).
[8] Il Sole 24 Ore, 1 novembre 2025 (https://www.ilsole24ore.com).
[9] Conferenza Stato Regioni e delle Province Autonome “Indice delle priorità delle Regioni e delle Province Autonome per la manovra 2026-2028 ad integrazione degli impegni concordati fra Governo e Regioni nella Conferenza Stato-Regioni del 2 ottobre 2025” (https://www.regioni.it).
[10] Avvenire, 23 ottobre 2025 (https://www.avvenire.it).
[11] Avvenire, 23 ottobre 2025 (https://www.avvenire.it).
[12] La Nazione, 24 ottobre 2025 (https://www.lanazione.it).


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