di Martina Semboloni [1]
1. Perché leggere insieme storia della popolazione e storia del welfare?
Quando pensiamo alla storia del welfare, tendiamo spesso a immaginare una sequenza di leggi e riforme: la legge Crispi sulle opere pie, le prime assicurazioni sociali, l’ONMI, il Servizio sanitario nazionale, i consultori familiari, le politiche per la famiglia degli ultimi anni. Se guardiamo la storia della popolazione, invece, vediamo un’altra trama: la lenta discesa della mortalità, il crollo della mortalità infantile, il baby boom, il successivo calo delle nascite, l’invecchiamento e le nuove immigrazioni[2].
Queste due storie, però, non sono parallele: si parlano continuamente. Ogni volta che cambiano le strutture demografiche – quante persone nascono, quanto a lungo vivono, come sono composte le famiglie – cambia anche la mappa dei bisogni sociali e sanitari. Un paese pieno di bambini e giovani ha bisogno soprattutto di scuola, pediatri, tutela del lavoro minorile, protezione dell’infanzia povera. Un paese con pochi bambini e molti anziani ha bisogno di servizi di lunga durata, di reti di cura, di politiche per la non autosufficienza e la solitudine.
Leggere insieme storia della popolazione e storia del welfare significa, allora, fare un esercizio doppiamente utile. Da un lato, ci permette di capire perché certe riforme nascono in un momento specifico: perché le prime assicurazioni sociali arrivano con l’industrializzazione, perché l’ONMI nasce negli anni Venti, perché i consultori familiari vengono istituiti nel 1975, perché oggi si parla tanto di “crisi demografica” e sostenibilità del welfare. Dall’altro lato, ci aiuta a non ridurre la storia della popolazione a una curva astratta di nati e morti: dietro ai grafici ci sono sempre corpi, malattie, forme di famiglia, biografie individuali e collettive, caregiver e genitori lavoratori.
Un altro aspetto importante riguarda i dati. Prima ancora delle politiche, arrivano spesso i censimenti, le statistiche sanitarie, le indagini sulle condizioni di vita. L’Italia Unita si dota presto di un sistema di rilevazione statistica che non si limita a “contare teste”, ma produce categorie – poveri, minori abbandonati, malati cronici, anziani, lavoratori assicurati – che diventeranno, di fatto, i destinatari del nascente Stato sociale. L’uso delle serie storiche e delle piramidi per età in questo saggio, in questo senso, non è un semplice abbellimento grafico: è un modo per “vedere” materialmente come cambia nel tempo il corpo collettivo del paese.
In questo contributo proverò, dunque, a seguire alcune tappe della storia italiana dall’Ottocento ai giorni nostri mettendo sempre in dialogo la dimensione demografica e quella del welfare. Partirò dall’Italia giovane, povera e malata dell’Unità; passerò per il primo Novecento e la Grande guerra, quando la popolazione diventa oggetto esplicito di interesse statale; mi soffermerò sulla “battaglia demografica” fascista e sulla nascita dell’ONMI; arriverò al baby boom e alla costruzione del welfare repubblicano; per concludere con il “malessere demografico”[3] contemporaneo, segnato da denatalità, invecchiamento e immigrazione. Nelle conclusioni proverò a richiamare alcune scelte politiche che sembrano oggi decisive per la sostenibilità del welfare italiano.
2. L’Ottocento e l’Unità d’Italia: un paese giovane, povero, malato
Se guardiamo la popolazione italiana all’epoca dell’Unità, l’immagine che ne emerge è quella di un paese giovanissimo, ma estremamente fragile. Al censimento del 1861 gli abitanti sono circa 26 milioni, concentrati per lo più in piccoli comuni rurali, con un’economia ancora largamente agricola e livelli di alfabetizzazione molto bassi. La struttura per età è quella tipica di un regime demografico “antico”: tanti bambini e ragazzi, pochi adulti anziani[4].
Questo quadro è ben visibile nel grafico sulla popolazione ai censimenti dell’Ottocento, che mostra una crescita lenta ma costante tra 1861 e 1901.
Fig. 1. Popolazione italiana ai censimenti (1861-1901)[5].

Fonte: ISTAT, Serie storiche – Elaborazione propria
Ancora più eloquente è la piramide della popolazione del 1861.
Fig. 2. Piramide della popolazione italiana – Censimento 1861.

Fonte: ISTAT, Serie storiche – Elaborazione propria.
La base larghissima, corrispondente alle età 0-4, 5-9, 10-14 anni, indica che si nasce moltissimo: la natalità è altissima, e le famiglie numerose. Ma man mano che si sale verso le età adulte e anziane, le barre si restringono bruscamente: poche persone raggiungono i 60-70 anni. La speranza di vita alla nascita oscilla attorno ai 30-35 anni, con forti differenze regionali. Il quadro sanitario è dominato da malattie infettive – colera, vaiolo, tifo, malaria – da carenze nutrizionali – come la pellagra in alcune aree del Nord – e da condizioni abitative e igieniche molto precarie.
La serie sulla speranza di vita fra fine Ottocento e metà Novecento ci aiuta a visualizzare questo passaggio:
Fig. 3. Speranza di vita alla nascita in Italia (maschi e femmine) – 1880-1960.

Fonte: M. Livi Bacci, Storia minima della popolazione del mondo, Il Mulino, 1998 – Elaborazione propria.
Negli anni Ottanta del XIX secolo la speranza di vita è intorno ai 35 anni, sale lentamente verso i 40 a inizio Novecento, ma resta lontanissima dai valori attuali.
In un contesto del genere, il “welfare” non può che essere caritativo, locale, frammentato. La protezione sociale si affida a opere pie, confraternite, ospedali di carità, brefotrofi e ruote degli esposti, istituzioni spesso di matrice religiosa o comunale. Lo Stato nazionale appena nato si occupa in parte di sanità e igiene – basti pensare alle norme sulle epidemie, sui medici condotti, sui vaccini – ma non ha ancora una strategia complessiva di protezione sociale. L’obiettivo principale è contenere i rischi più drammatici – epidemie, abbandono di neonati, povertà estrema – non garantire diritti universali.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento compaiono però i primi segnali di cambiamento: riforme di igiene pubblica – come la legge del 1888 – miglioramento pur lento delle condizioni alimentari, maggiore attenzione alla qualità delle acque e degli spazi urbani. La mortalità comincia a scendere, la speranza di vita a crescere. Questo lento miglioramento prepara il terreno al grande passaggio del primo Novecento: la transizione demografica.
3. Primo Novecento, Grande guerra e transizione demografica: la popolazione come “questione di Stato”
All’inizio del Novecento l’Italia ha poco più di 32 milioni di abitanti. Le nascite sono ancora moltissime, oltre un milione l’anno, ma qualcosa sta cambiando. È in questi anni che si delinea più chiaramente quella che i demografi chiamano transizione demografica: un processo lungo in cui, prima di tutto, cala la mortalità – soprattutto infantile – e solo più tardi comincia a scendere anche la natalità.
Il grafico sui tassi di natalità e mortalità fra 1900 e 1940 rende bene questa dinamica:
Fig. 4. Transizione demografica in Italia: tasso di natalità
e tasso di mortalità a confronto (1900-1940).

Fonte: ISTAT, Serie storiche – Elaborazione propria.
Nei primi quindici anni del secolo i tassi si muovono così: la mortalità passa da circa 23 a 18 morti ogni mille abitanti, mentre la natalità resta stabilmente sopra i 30 nati per mille. In termini semplici: si continua a fare molti figli, ma si muore un po’ meno, soprattutto nei primi anni di vita. L’effetto è una forte crescita naturale della popolazione.
La Grande Guerra e la pandemia di influenza “spagnola” rappresentano uno shock sociale e demografico. Tra 1915 e 1919 la natalità crolla – si rinviano matrimoni, molti uomini sono al fronte, si fanno meno figli – mentre la mortalità schizza verso l’alto, con il picco del 1918 dovuto all’influenza. Per un paio d’anni le due curve si incrociano: l’Italia ha quasi più morti che nati[6]. Ma, finita l’emergenza, la mortalità riprende la sua discesa, e nel dopoguerra la speranza di vita supera stabilmente i 50 anni.
Parallelamente, la mortalità infantile comincia a scendere in modo più visibile, grazie a una combinazione di fattori: miglioramento delle condizioni igieniche, progressi della medicina, maggiore attenzione all’alimentazione dei bambini, controllo delle acque e delle abitazioni. I grafici sui tassi di mortalità infantile alla fine dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento mostrano bene questo cambiamento, pur ricordandoci che i livelli restano molto elevati.
Fig. 5. Tassi di mortalità infantile in Italia (1863-1911):
morti nel primo anno di vita ogni 1.000 nati vivi.

Fonte: Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio; ISTAT – Elaborazione propria.
In questi stessi decenni lo Stato liberale inizia a dotarsi di strumenti di welfare “moderno”: casse di mutuo soccorso, prime assicurazioni obbligatorie contro gli infortuni e la malattia, norme di tutela del lavoro minorile, leggi di igiene pubblica. Le città industriali pongono nuovi problemi – infortuni sul lavoro, malattie professionali, sovraffollamento – e allo stesso tempo il progresso sanitario mostra che la mortalità non è più solo destino, ma può essere ridotta con politiche collettive.
La Grande Guerra, paradossalmente, accelera questo processo: per la prima volta lo Stato organizza su scala di massa ospedali militari, servizi sanitari, campagne di profilassi nei campi e nelle città. Quando il conflitto finisce, resta l’idea che la salute non sia più soltanto un affare privato, ma una questione pubblica: un bene da proteggere per ragioni umanitarie, ma anche economiche e militari. Da qui in avanti la popolazione – il numero dei nati, dei morti, dei malati – entra sempre più esplicitamente nell’agenda politica.
4. Fascismo, “battaglia demografica” e nascita dell’ONMI
Negli anni Venti, l’Italia è un Paese che cresce, ma che presenta ancora segni marcati di fragilità demografica. La mortalità infantile, pur in calo, resta elevatissima; l’abbandono dei bambini non è scomparso; malattie infettive e povertà cronica continuano a colpire le fasce più vulnerabili. In questo quadro, il fascismo interpreta la “questione demografica” in chiave esplicitamente politica e militare[7].
Fig. 6. Tassi di mortalità infantile in Italia (1922-1943):
morti nel primo anno di vita ogni 1.000 nati vivi.

Fonte: ISTAT – Elaborazione propria.
Nel discorso dell’Ascensione del 1927, Mussolini sostiene che 40 milioni di italiani sono “troppo pochi” per competere con le grandi potenze europee. L’obiettivo dichiarato è portare la popolazione a 60 milioni di abitanti. L’idea è semplice e brutalmente lineare: “il numero è potenza”. Più popolazione significa più soldati, più lavoratori, più prestigio internazionale. La popolazione diventa quindi un campo di intervento diretto dello Stato.
Nasce così la cosiddetta “battaglia demografica”, che combina tre obiettivi: ridurre la mortalità infantile, aumentare le nascite, controllare o limitare l’emigrazione. Gli strumenti introdotti oscillano fra incentivo e sanzione: tassa sui celibi – che colpisce fiscalmente gli uomini non sposati –, premi di nuzialità e assegni alle famiglie numerose, campagne di propaganda sulla “madre prolifica” e sulla famiglia numerosa, restrizioni all’uso di contraccettivi e all’aborto. Sono misure che hanno una faccia sociale – qualche forma di sostegno economico – ma anche e soprattutto una faccia disciplinare, perché mirano a indirizzare i comportamenti riproduttivi secondo il modello desiderato dal regime[8].
All’interno di questa strategia si colloca l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ONMI), istituita con la legge 10 dicembre 1925 n. 2277. Sulla carta, l’obiettivo dell’ONMI è proteggere madri e bambini in difficoltà; nella pratica, l’ente svolge anche una funzione di vigilanza e normalizzazione sui corpi e sulle famiglie. La sua struttura è imponente: un consiglio centrale a Roma, federazioni provinciali, patronati comunali. Ambulatori, consultori, Case della madre e del bambino, visite domiciliari, distribuzione di latte e sussidi, controlli sanitari nelle scuole: l’ONMI costruisce una rete capillarmente diffusa sul territorio nazionale[9].
Questa capillarità ne fa un pezzo importante del welfare fascista, ma anche un dispositivo di governo della popolazione. La cura – ambulatori, visite, sussidi – è inseparabile dal controllo: registrazione delle gravidanze, sorveglianza delle madri “a rischio”, moralizzazione dei comportamenti, definizione di categorie come “fanciulli moralmente abbandonati”.
Se guardiamo ai dati, tuttavia, la battaglia demografica non raggiunge i risultati sperati. La mortalità infantile continua a scendere, ma lo fa nel solco di tendenze già avviate prima del fascismo e destinate a proseguire nel dopoguerra. Sul piano della natalità, le curve raccontano una storia diversa da quella desiderata dal regime.
Figura 7. Tasso di natalità in Italia (1920-1940).

Fonte: ISTAT, Serie storiche – Elaborazione propria.
Tra 1920 e 1940 il tasso di natalità scende da circa 31 a 23 nati per mille abitanti, più rapidamente della mortalità, che passa da 19 a 14 per mille. La popolazione, nello stesso periodo, cresce da circa 37 a oltre 44 milioni di abitanti: quasi 7 milioni in più in vent’anni. La crescita è continua e relativamente regolare, intorno allo 0,8% annuo, grazie alla combinazione di mortalità in discesa e riduzione dell’emigrazione, che negli anni Trenta diventa persino leggermente positiva (più ingressi che uscite).
In altre parole, la popolazione italiana cresce e supera la soglia dei 40 milioni non perché le politiche fasciste “fanno esplodere le nascite”, ma perché si consolidano processi demografici di lungo periodo: calo della mortalità, in particolare infantile; miglioramento delle condizioni di vita; riduzione dei flussi migratori in uscita.
Fig. 8. Popolazione italiana all’01/01 (1920-1940).

Fonte: ISTAT, Serie storiche – Elaborazione propria.
La piramide del censimento del 1931 lo conferma:
Fig. 9. Piramide della popolazione. Censimento 1931.

Fonte: ISTAT, Serie storiche – Elaborazione propria.
La forma è ancora quella di una piramide regolare: base molto larga, che indica la presenza di molti bambini e ragazzi; progressivo assottigliarsi verso l’alto; pochissime persone oltre i 70-75 anni. Nonostante la transizione demografica sia già iniziata e la mortalità stia calando, l’Italia degli anni Trenta resta un paese giovane, con pochi anziani.
Dal punto di vista della storia del welfare, questa fase ci lascia almeno due lezioni. La prima è che non basta una politica demografica calata dall’alto – per quanto invasiva – per modificare in profondità le scelte familiari: contano le condizioni economiche, l’accesso al lavoro, le reti di aiuto, la possibilità di conciliare cura e reddito. La seconda è che le istituzioni costruite in questo periodo, come l’ONMI o alcune forme assicurative, sopravvivranno al regime e verranno in parte riusate e trasformate dalla Repubblica. Il welfare fascista, insomma, non scompare di colpo nel 1945: lascia un’eredità ambivalente con cui il dopoguerra dovrà fare i conti.
5. Dopoguerra, baby boom e costruzione del welfare sanitario
Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia è un Paese stremato ma giovane. La ricostruzione economica degli anni Cinquanta e Sessanta si accompagna a un fenomeno demografico senza precedenti: il baby boom. Per oltre un ventennio le nascite restano su livelli elevatissimi: nei primi anni Cinquanta superano il milione l’anno, poi si stabilizzano fra 800 e 900 mila. Il 1964 è l’ultimo anno in cui si registrano più di un milione di nati vivi[10].
Fig. 10. Nati vivi in Italia (1950-1970) – Valori in migliaia.

Fonte: ISTAT – Elaborazione propria.
Contemporaneamente, la mortalità infantile crolla e la speranza di vita cresce rapidamente. I bambini nati negli anni Cinquanta hanno una probabilità molto più alta di sopravvivere rispetto a quelli nati all’inizio del secolo; le generazioni che entrano nell’età adulta negli anni Sessanta e Settanta possono aspettarsi, in media, una vita che supera i 70 anni.
Fig. 11. Morti nel primo anno di vita ogni 1.000 nati vivi, 1950-1980.

Fonte: ISTAT – Elaborazione propria.
Fig. 12. Speranza di vita alla nascita (1950-1980).

Fonte: ISTAT – Elaborazione propria.
La combinazione di molte nascite e minori morti produce un forte allargamento delle coorti giovanili. È l’Italia delle classi numerose a scuola, delle periferie urbane in espansione, delle grandi migrazioni interne dal Sud e dalle aree rurali verso il Nord industriale e le città. Le famiglie si spostano, cambiano struttura: dalle famiglie estese contadine si passa sempre più a famiglie nucleari spesso isolate nei condomini delle periferie.
Questa trasformazione mette sotto pressione il sistema dei servizi: servono scuole, asili, ospedali, consultori, trasporti pubblici, edilizia popolare. È in questo contesto che la Repubblica riprende e rielabora l’eredità del periodo precedente. L’ONMI non viene abolito subito: sopravvive nel dopoguerra, ma viene progressivamente “ripensato” in chiave diversa, meno propagandistica e più assistenziale. Allo stesso tempo si rafforzano la sanità pubblica e le istituzioni previdenziali.
Il passaggio decisivo avviene negli anni Settanta. Nel 1975 la legge 405 istituisce i consultori familiari pubblici, pensati non più solo come luoghi di tutela materno-infantile, ma come servizi dedicati alla salute della donna, della coppia, della famiglia nel suo insieme: contraccezione, sostegno alla genitorialità, consulenza sulle relazioni, prevenzione del disagio. Nello stesso anno la legge 698 sopprime formalmente l’ONMI e trasferisce le sue funzioni a Regioni, Comuni e nuove unità sanitarie locali. Tre anni dopo, con la legge 833, nasce il Servizio sanitario nazionale (SSN), basato sui principi di universalità, uguaglianza e globalità.
Dal punto di vista demografico, intanto, il baby boom si esaurisce. A partire dai primi anni Settanta le nascite cominciano a diminuire e la fecondità si avvia verso livelli sempre più bassi.
Fig. 13. Nati vivi in Italia (1971-1990) – Valori in migliaia.

Fonte: ISTAT – Elaborazione propria.
La piramide della popolazione al censimento del 1981 restituisce bene il nuovo quadro:
Fig. 14. Piramide della popolazione. Censimento 1981.

Fonte: ISTAT – Elaborazione propria.
Non siamo più di fronte a un triangolo, ma a una forma più simile a una botte: la base – i bambini – comincia a restringersi, la parte centrale – gli adulti in età lavorativa – è molto larga – sono le coorti del baby boom –, la parte superiore – gli anziani – si allarga rispetto ai decenni precedenti. L’Italia inizia lentamente a invecchiare, ma resta ancora relativamente giovane.
Se mettiamo insieme storia della popolazione e storia del welfare, il secondo dopoguerra appare come una grande fase di costruzione: la crescita della popolazione e il baby boom spingono lo Stato a investire in scuola, sanità, servizi per l’infanzia; il calo della mortalità e l’allungamento della vita rendono necessario pensare non solo alla cura della malattia, ma alla prevenzione e alla presa in carico lungo l’intero corso di vita; le trasformazioni della famiglia portano alla nascita di istituzioni come i consultori familiari, dove dimensione sanitaria e dimensione relazionale si incontrano. È in questi anni che si consolida l’idea di un welfare non più solo caritativo o corporativo, ma inteso come diritto di cittadinanza.
6. Dagli anni ’80 al “malessere demografico”: denatalità, invecchiamento, immigrazione
A partire dagli anni Ottanta il panorama demografico italiano cambia ancora, e in modo radicale. La fecondità scende sotto il livello di sostituzione – 2 figli per donna – e si stabilizza su valori fra i più bassi al mondo[11]. Negli anni Duemila e Duemiladieci il numero medio di figli per donna oscilla attorno a 1,2-1,3; negli ultimi anni il valore si è ulteriormente abbassato.
Fig. 15. Tasso di fecondità totale – Numero medio di figli per donna (1960-2024).

Fonte: ISTAT – Elaborazione propria.
Nel 2024 le nascite sono intorno alle 370 mila, minimo storico dall’Unità d’Italia. La base della piramide si restringe in modo impressionante. Allo stesso tempo, la speranza di vita alla nascita ha continuato a crescere, nonostante lo shock temporaneo provocato dalla pandemia di Covid-19.
Fig. 16. Speranza di vita alla nascita (1991-2024).

Fonte: ISTAT – Elaborazione propria.
L’effetto combinato è un forte invecchiamento della popolazione: una quota crescente di persone supera i 65, i 75, gli 85 anni. L’Italia diventa uno dei paesi più anziani al mondo. La piramide della popolazione 2024 lo mostra con grande evidenza:
Fig. 17. Piramide della popolazione 2024.

Fonte: ISTAT – Elaborazione propria.
La forma non è più quella di una piramide ma quella di una clessidra o di un fungo: la base – 0-14 anni – è stretta, la parte centrale – soprattutto fra 45 e 60 anni – è molto larga, la parte alta – 70-90+ – è sorprendentemente ampia. In mezzo, a dare un po’ di spessore alle coorti giovanili, ci sono le generazioni nate da genitori immigrati o in famiglie di origine straniera.
A partire dagli anni Novanta, infatti, l’Italia da paese di emigrazione diventa paese di immigrazione: arrivano persone dall’Est Europa, dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina. I residenti nati all’estero sono oggi oltre 5 milioni. Dal punto di vista demografico, gli immigrati sono in media più giovani degli italiani e, almeno nelle prime generazioni, hanno una fecondità più alta. Dal punto di vista del welfare, portano con sé bisogni specifici di integrazione, lavoro, accesso ai diritti, riconoscimento dei titoli, mediazione linguistico-culturale.
Questo rovesciamento della piramide ridisegna profondamente l’agenda del welfare. Se nel baby boom il problema principale era garantire scuola, sanità e servizi per una popolazione giovane e in crescita, oggi le sfide sono altre: Come sostenere una natalità molto bassa senza scaricare tutto il peso sulle donne? Come organizzare un sistema di cura per un numero crescente di anziani, molti dei quali non autosufficienti? Come evitare che la famiglia diventi l’unico ammortizzatore, sostituendo di fatto un welfare pubblico insufficiente? Come valorizzare il contributo degli immigrati, evitando che le disuguaglianze si trasformino in fratture sociali?
La famiglia, che per decenni è stata una risorsa di coesione, rischia di diventare anche un cuscinetto di emergenza che assorbe le carenze del sistema: giovani adulti che restano a lungo in casa perché non trovano un lavoro stabile; nonni che si occupano dei nipoti e allo stesso tempo hanno bisogno di cure; badanti – spesso donne straniere – che sorreggono, nell’ombra, gran parte dell’assistenza agli anziani. Il servizio sociale e i servizi sanitari si trovano quindi a lavorare in un contesto in cui le biografie di vita sono molto più diversificate: famiglie ricomposte, monogenitoriali, coppie senza figli, famiglie immigrate, persone che vivono sole, anziani molto longevi.
7. Conclusioni: prospettive future e scelte politiche per un welfare sostenibile
Guardando nel complesso il percorso dall’Ottocento a oggi, emerge con chiarezza che storia della popolazione e storia del welfare non sono due storie separate. L’Italia dell’Unità, giovane e povera, produce un welfare di tipo caritativo e locale, centrato sulle opere pie e sulle istituzioni assistenziali. Il primo Novecento, con la transizione demografica e l’urbanizzazione, spinge verso assicurazioni sociali e politiche di igiene pubblica. Il fascismo utilizza gli strumenti del welfare per una politica della popolazione orientata al controllo di madri e bambini. Il secondo dopoguerra, con il baby boom e il crollo della mortalità infantile, porta alla costruzione del welfare repubblicano: scuola di massa, consultori, Servizio sanitario nazionale. Gli ultimi decenni, segnati da denatalità, invecchiamento e immigrazione, mettono al centro questioni come la non autosufficienza, la solitudine, la sostenibilità dei sistemi pensionistici, i nuovi squilibri generazionali.
Se prendiamo sul serio questa interdipendenza, diventa chiaro che le scelte politiche dei prossimi anni dovranno muoversi almeno su tre assi principali.
Il primo riguarda le politiche per la famiglia e per i figli. In un paese con una delle fecondità più basse al mondo, non si tratta tanto di “fare più bambini” a colpi di slogan, quanto di rimuovere gli ostacoli materiali che impediscono alle persone di realizzare i progetti familiari che desiderano: precarietà lavorativa, difficoltà ad accedere a una casa, carenza di servizi educativi 0-6, scarsa condivisione dei carichi di cura fra uomini e donne. L’Assegno Unico e altre misure recenti vanno nella direzione di un sostegno più universalistico, ma la comparazione internazionale mostra che le politiche più efficaci sono quelle che tengono insieme reddito, servizi e tempo: occupazione femminile di qualità, asili nido diffusi e accessibili, congedi parentali realmente utilizzabili anche dai padri, orari di lavoro compatibili.
Il secondo asse riguarda l’invecchiamento e la non autosufficienza. L’allungamento della vita è una conquista, ma pone problemi enormi a un welfare costruito storicamente attorno alla malattia acuta e al lavoro salariato. Servono politiche specifiche per la long-term care: servizi domiciliari integrati, centri diurni, residenze di qualità, sostegno ai caregiver familiari, riconoscimento e regolazione del lavoro delle assistenti familiari. Servono anche politiche contro la solitudine in età anziana, che non è solo un problema sanitario, ma di legami sociali, spazi di socialità, partecipazione.
Il terzo asse riguarda il governo delle migrazioni e delle disuguaglianze. In un paese che invecchia, l’apporto demografico ed economico degli immigrati è decisivo, ma non automatico: dipende da come vengono accolti, da quali opportunità di lavoro e di cittadinanza vengono offerte, da come si gestiscono i conflitti e le paure.
Al tempo stesso, la trasformazione del mercato del lavoro – precarietà, salari bassi, lavori poveri – produce nuove forme di vulnerabilità anche tra gli autoctoni: lavoratori che, pur occupati, non riescono a uscire dalla povertà; giovani che non riescono a diventare autonomi; famiglie monoreddito esposte a rischi elevati. Un welfare sostenibile dovrà riuscire a tenere insieme universalismo e attenzione alle differenze, riconoscendo i bisogni specifici senza creare gerarchie o esclusioni.
Dal bambino esposto alla ruota dell’Ottocento all’anziano solo del XXI secolo, passando per il bambino del baby boom, l’operaio delle migrazioni interne, la madre dei consultori, le famiglie immigrate di oggi, le piramidi della popolazione ci raccontano una storia che è, in fondo, la storia concreta dei destinatari del welfare. Per chi studia e pratica servizio sociale, tenere insieme lo sguardo sui numeri e quello sulle storie di vita non è un esercizio accademico, ma una competenza professionale fondamentale. Significa saper leggere un grafico di natalità o una piramide per età e tradurli in domande molto pratiche: chi avrà bisogno di aiuto? In quali fasi della vita? Con quali risorse e quali fragilità?
Solo partendo da questa consapevolezza sarà possibile immaginare un welfare capace non solo di reggere l’urto dell’invecchiamento e della denatalità, ma anche di garantire, in un’Italia che cambia, condizioni di vita dignitose e opportunità di cittadinanza per tutte le generazioni.
[1] Settore ricerca, Dipartimento di Scienze politiche e internazionali, Università di Siena.
[2] Per il quadro generale sulla storia demografica italiana si veda A. Rosina, R. Impicciatore, Storia demografica d’Italia. Crescita, crisi e sfide, Carocci, Roma, 2022.
[3] La definizione di “malessere demografico” è ripresa dal volume di A. Golini, con M.A. Lo Prete, Italiani poca gente. Il Paese ai tempi del malessere demografico, Roma, Luiss University Press, 2019.
[4] A. Rosina, R. Impicciatore, Storia demografica d’Italia, cit., pp. 17-28.
[5] I dati sono riferiti ai confini dell’Italia dell’epoca.
[6] Sull’impatto della Grande guerra e dell’influenza “spagnola” sulla struttura per età della popolazione italiana si veda A. Rosina, R. Impicciatore, Storia demografica d’Italia, cit., pp. 35-38.
[7] Ivi, pp. 39-41.
[8] Per un approfondimento si veda: C. Buccianti, M. Semboloni, La battaglia demografica nel ventennio fascista, in Metodo, 2020, pp. 12-26.
[9] Per un approfondimento si veda: M. Semboloni, ONMI. L’organizzazione, gli scopi e la lotta alla mortalità infantile, in Metodo, vol. 37, 2021, pp. 55-65.
[10] Per l’analisi del baby boom italiano, delle sue cause e delle sue conseguenze sociali si veda A. Rosina, R. Impicciatore, Storia demografica d’Italia, cit., pp. 48-57.
[11] Sul passaggio alla bassa fecondità, sull’invecchiamento e sulle nuove fratture generazionali (precarietà, giovani NEET, effetti della grande recessione e della pandemia) si veda Rosina, Impicciatore, Storia demografica d’Italia, cit., capp. 4-5.


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