di Piero Di Lorenzo
Quando in Italia si affronta il tema dell’invecchiamento della popolazione, emerge soprattutto quello che è oramai diventato un dato strutturale: il progressivo e costante invecchiamento della popolazione italiana. Ad oggi, tra le altre cose, non si registrano segnali di inversione di questa tendenza.
In queste analisi, svolte dai più autorevoli studi scientifici, viene, giustamente, posto l’accento soprattutto sulla denatalità e sulla fecondità delle donne, tanto che uno degli elementi imprescindibili nella valutazione del fenomeno è rappresentato proprio dal cosiddetto “tasso di fecondità femminile” che, oramai da decenni, sta subendo un persistente calo.
E difatti, la nostra penisola combina, da tempo, bassa natalità, elevata longevità e riduzione della popolazione in età attiva (tra i 15 e i 65 anni, cioè l’età idonea al lavoro), tanto che, il 31 marzo 2026, l’ISTAT ha certificato, per il 2025, un ulteriore calo delle nascite: con 355mila nuovi nati, la flessione è del 3,9% rispetto al 2024. Il dato conferma un trend negativo ormai strutturale, interrotto soltanto dalla sostanziale stabilità del biennio 2020-2021 (quando l’indicatore si era attestato al 6,8%). Nel 2025, il tasso di natalità è così sceso al valore minimo di 6,0 nati ogni mille abitanti. Come evidenziato dallo schema seguente[1], il fenomeno presenta un andamento decrescente nel tempo.

Prosegue anche la flessione del tasso di fecondità femminile. Nel 2025, l’indicatore è sceso a un preoccupante 1,14 figli per donna[2], a fronte dell’1,18 registrato nel 2024, confermando la persistente contrazione della fecondità nel nostro Paese[3]:

Il grafico successivo mostra, più di ogni altro commento, la pessima situazione in cui versa l’Italia[4]:

Il tasso di fecondità, dunque, ha seguito un andamento caratterizzato da una diminuzione continua e costante. Nei primi anni ‘90, in particolare, il tasso di fecondità scende fino a 1,2 figli per donna, per poi registrare una lieve ripresa, dovuta principalmente al contributo della popolazione immigrata nel nostro Paese. Sul finire del primo decennio del XXI secolo, la tendenza negativa riprende e prosegue senza interruzioni fino al 2025 quando il tasso di fecondità raggiunge il minimo storico di 1,14 figli per donna.
Si tratta, purtroppo, di dati incontrovertibili. Il calo del tasso di fecondità, oltre ad altri fattori anche culturali ovviamente, sta incidendo in maniera rilevante sull’invecchiamento della popolazione italiana. Il problema è spesso sottovalutato o, in alcuni casi, del tutto ignorato, poiché ritenuto distante oppure destinato a risolversi spontaneamente nel tempo. Si tende così a dimenticare che tale fenomeno coinvolge l’intera collettività e, in particolare, tutto il sistema di welfare, mettendo a rischio equilibri sociali ed economici consolidati, come evidenziato da numerosi e autorevoli studi scientifici pubblicati negli ultimi anni. L’invecchiamento e lo spopolamento, infatti, incidono già oggi e incideranno sempre più profondamente sul mercato del lavoro determinando una progressiva riduzione del ricambio generazionale. Tali fenomeni avranno ripercussioni anche sul sistema dei servizi, in particolare su quello sanitario e assistenziale, poiché l’aumento della popolazione anziana comporta una crescita della domanda di cure e di assistenza. Inoltre, tenderanno ad accentuare il divario tra le aree urbane e territori meno popolati, rendendo questi ultimi progressivamente meno attrattivi e ponendo nuove sfide in termini di tutela del tessuto sociale e di mantenimento dell’abitabilità dei centri storici.
I dati forniti al riguardo dall’Istituto Centrale di Statistica (ISTAT) si concentrano prevalentemente sulla fecondità femminile, mentre non viene diffuso un analogo indice di “fecondità maschile”, verosimilmente a causa della maggiore complessità nel rilevare con precisione la paternità e nel definire la relativa popolazione maschile di riferimento.
Il comportamento riproduttivo, infatti, è determinato congiuntamente dal contributo dalla madre e del padre. Tuttavia, in demografia e nelle discipline affini, la fecondità è tradizionalmente definita sulla base del numero di figli nati dalle donne. Di conseguenza, il tasso di fecondità totale (TFT) femminile costituisce il principale indicatore del livello di fecondità, mentre le proiezioni demografiche elaborate dai governi e dalle Nazioni Unite si fondano prevalentemente sul ricambio generazionale femminile, considerando le nascite attribuibili esclusivamente alle donne.
Anche la prestigiosa rivista “Nature”, in un articolo risalente al mese di marzo 2025, ha evidenziato criticamente questo aspetto: “… Storicamente, l’esclusione della componente maschile è stata attribuita alla mancanza di dati disponibili sulla fecondità degli uomini”[5].
Ciononostante, lo stesso contributo sottolinea come i recenti progressi nella raccolta e nell’elaborazione dei dati consentano oggi di stimare i tassi di fecondità maschile nella maggior parte dei Paesi. Ciò rende sempre più accessibili i Tassi di Fecondità Totale (TFT) maschili e le relative proiezioni demografiche basate sul ricambio generazionale maschile, ponendo il problema si quale indicatore – TFT femminile o maschile, ricambio generazionale femminile o maschile – debba essere impiegato prioritariamente per rappresentare i livelli di fecondità di una popolazione.
In Italia, in particolare, l’indicatore di fecondità continua a fondarsi, in via esclusiva, sulla popolazione femminile. Tale evidenza pone un preciso interrogativo demografico: la denatalità che caratterizza il contesto italiano è riconducibile unicamente alle dinamiche femminili, oppure sussiste un’incidenza determinante anche da parte della componente maschile? In altri termini, si pone la necessità metodologica di valutare la plausibilità scientifica e l’applicabilità di un Tasso di Fecondità Totale (TFT) maschile.
È plausibile ipotizzare che la profonda transizione demografica in atto in Italia – caratterizzata da una persistente contrazione della natalità – sia riconducibile anche alla incidenza dell’infertilità maschile. Tale fattore di natura biologica si intreccia con determinanti socio-economiche, quali la scelta di rimandare o rinunciare al progetto di costruire una famiglia con figli, alimentate da incertezze economiche, precarietà lavorativa e mutamenti nei modelli socio-culturali di riferimento.
Già nel 2021, in Italia, circa il 15% delle coppie in età riproduttiva risultava affetto da infertilità[6]. La letteratura medica ed epidemiologica evidenzia come i fattori dell’infertilità si distribuiscono in misura equiparabile tra la componente femminile e quella maschile, attestando un peso determinante del fattore maschile nella genesi del fenomeno.
Questi dati hanno trovato riscontro anche nelle analisi condotte dall’Istituto Superiore di Sanità che, attraverso il “Bollettino Epidemiologico Nazionale” e sulla base di una analisi più ampia, hanno evidenziato come, negli ultimi 40 anni, la qualità del liquido seminale sia diminuita in modo significativo. Attualmente, il 7% della popolazione maschile a livello globale presenta una riduzione della propria fertilità e nel 50% dei casi di infertilità di coppia la causa è attribuibile al partner maschile[7]. Per quanto riguarda l’Italia, invece, secondo i dati del Ministero della Salute, un uomo su tre risulta affetto da patologie di natura andrologica, il 27% dei soggetti di sesso maschile in età pediatrica presenta problematiche di carattere riproduttivo, tra cui, in particolare, criptorchidismo, varicocele, ipogonadismo, anomalie congenite del tratto genito-urinario. In età adulta, invece, il 40% degli uomini risulta affetto da patologie andrologiche, tra cui infertilità, problematiche sessuali e malattie sessualmente trasmissibili[8].
A maggior ragione, osservando le principali cause di infertilità diagnosticate nelle coppie che hanno eseguito trattamenti di PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) nel periodo compreso tra il 2005 e il 2020, emerge come circa il 40% dei casi sia riconducibile a fattori di infertilità esclusivamente maschile o a una combinazione di fattori maschili e femminili, con un andamento sostanzialmente costante nell’intero periodo considerato[9].
Negli ultimi anni, dunque, la fertilità maschile tra i giovani italiani ha registrato una significativa diminuzione, tanto che, nella fascia d’età tra i 18 e i 20 anni, il numero degli spermatozoi si è ridotto del 25%. Tra mille ragazzi, il 33,4% presenta già una condizione di ipofertilità, mentre l’11,7% risulta a rischio infertilità[10]. Tale fenomeno sembra interessare in particolare i giovani che vivono nelle aree metropolitane. Secondo gli esperti, questi dati contribuiscono in misura significativa all’attuale calo demografico italiano. In Italia, infatti, circail 15% delle coppie è interessato da problemi di infertilità, a fronte di una media globale stimata tra il 10-12%[11].
Il Tasso di Fertilità Totale (TFT), in conclusione, si basa esclusivamente sulla componente femminile e non descrive direttamente la capacità riproduttiva maschile. Sarebbe, pertanto, interessante, affiancare a questo indicatore un’analisi della fecondità di coppia, intesa come quota della popolazione che riesce effettivamente ad ottenere una gravidanza e una nascita, considerando congiuntamente entrambi i partner e stratificando i dati per fascia d’età.
Un indicatore di questo tipo potrebbe offrire una prospettiva particolarmente interessante nell’ambito dell’analisi demografica, consentendo di valutare la capacità riproduttiva della coppia nel suo complesso.
[1] Fonte: elaborazione personale su dati ISTAT.
[2] Fonte: ISTAT.
[3] Fonte: ISTAT.
[4] Fonte: ISTAT.
[5] “Female, male, two sex fertility rates and their population projections”, NAN Li (ricercatrice indipendente, Surrey, BC, Canada), HONG Mi e ZHIDONG Liu (School of Public Affairs, Zhejiang University, China). 2 marzo 2025.
[6] Rivista “Nature”, 21 dicembre 2021.
[7] Riferimenti bibliografici: Levine H, Jørgensen N, Martino-Andrade A, Mendiola J, Weksler-Derri D, Mindlis I, et al. “Temporal trends in sperm count: a systematic review and meta-regression analysis. Hum Reprod Update 2017;23, 626-59”; doi: 10.1093/humupd/dmx022 e Ravitsky V, Kimmins S. “The forgotten men: rising rates of male infertility urgently require new approaches for its prevention, diagnosis and treatment, Biology of Reproduction 2019”;101(5), 872-4; doi: 10.1093/biolre/ioz161.
[8] Ministero della Salute. Prevenzione, diagnosi e cura delle patologie andrologiche dall’età pediatrica al giovane adulto. Quaderni del Ministero della Salute n. 28, maggio 2017.
[9] Istituto Superiore di Sanità “Bollettino Epidemiologico Nazionale”, Roma, 2023.
[10] UNICAMILLUS, International Medical University in Rome: “Calo della fertilità maschile: un giovane su tre è già ipofertile”, Roma 26 gennaio 2026.
[11] UNICAMILLUS, International Medical University in Rome: “Calo della fertilità maschile: un giovane su tre è già ipofertile”, Roma 26 gennaio 2026.


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