di Cinzia Buccianti
Il termine sostenibilità è entrato stabilmente nel linguaggio scientifico e politico in relazione all’ambiente, allo sviluppo economico e all’equità fra generazioni. Trasferito alla demografia storica, esso richiede però una definizione più precisa, perché non può limitarsi né alla conservazione numerica di una popolazione né all’applicazione retrospettiva degli attuali obiettivi di sviluppo sostenibile. Una popolazione del passato può essere considerata sostenibile quando riesce, per un periodo sufficientemente lungo, a riprodurre le generazioni, a mantenere un rapporto praticabile tra popolazione e risorse e a organizzare la cura, il lavoro e la trasmissione delle competenze necessarie alla continuità collettiva. Questa durata deve inoltre resistere, entro certi limiti, agli shock prodotti da epidemie, crisi alimentari, cattivi raccolti, perdita degli adulti, oscillazioni dei prezzi o modificazioni delle opportunità economiche. La sostenibilità demografica è pertanto una proprietà dinamica: non uno stato di immobilità, ma la capacità di un sistema locale di correggere gli squilibri senza perdere le condizioni della propria riproduzione.
Questa impostazione deriva innanzitutto dalla tradizione malthusiana, anche se non coincide con una sua accettazione meccanica. Nel Saggio sul principio di popolazione, Malthus sostenne che la capacità potenziale di crescita della popolazione tende a superare quella delle risorse alimentari e che l’equilibrio viene ristabilito attraverso “freni” preventivi, come il rinvio del matrimonio, oppure repressivi, come l’aumento della mortalità provocato da carestie, malattie e miseria (Malthus 1798). La demografia storica successiva ha mostrato che tale relazione non agisce ovunque nello stesso modo: sistemi agrari, regimi di proprietà, accesso al matrimonio, mobilità e istituzioni familiari producono risposte molto diverse. Resta tuttavia essenziale l’idea che, nelle società preindustriali, popolazione e risorse siano collegate da meccanismi di retroazione. Wrigley e Schofield hanno descritto per l’Inghilterra preindustriale un sistema nel quale prezzi, salari reali, nuzialità, fecondità e mortalità concorrevano a una forma di omeostasi, cioè a un equilibrio variabile e continuamente ricostituito (Wrigley e Schofield 1981). Parlare di sostenibilità in demografia storica significa interrogare proprio questi meccanismi di aggiustamento, evitando di confondere il loro funzionamento con il benessere degli individui.
Anche la nozione di capacità di carico deve essere usata con prudenza. In ecologia essa indica la consistenza di una popolazione che un ambiente può mantenere durevolmente; negli studi contemporanei sulla sostenibilità viene sottolineato che tale capacità dipende non soltanto dal numero degli abitanti, ma anche dai livelli di consumo, dalla disuguaglianza e dalle tecnologie disponibili (Motesharrei et al. 2016). Nelle società storiche la capacità di carico non costituisce dunque un tetto fisso imposto dalla natura. Cambia con le colture praticate, le tecniche agricole, la disponibilità di terre comuni, l’integrazione nei mercati, l’accesso a risorse esterne e la distribuzione sociale del prodotto. Una comunità può aumentare la popolazione intensificando il lavoro, modificando l’alimentazione, specializzando alcune attività o ricorrendo a migrazioni temporanee; può invece perdere sostenibilità anche senza una crescita numerica, se le risorse diventano più concentrate o se vengono meno le reti che proteggono i gruppi fragili. In questa prospettiva la sostenibilità è contemporaneamente demografica, economica e istituzionale.
Il censimento di Piancastagnaio del 1841 consente di rendere concreta questa definizione. La fonte registra 2.737 individui e permette di collegare età, sesso, stato civile, professione, patria, famiglia censuaria e abitazione. Si tratta di una fotografia sincronica e non di una serie di nascite e morti: non può quindi dimostrare da sola che la popolazione fosse stabile né misurare direttamente il saldo naturale. Può però mostrare la struttura sulla quale agivano i flussi demografici. L’età è disponibile per quasi tutti gli individui e presenta un arrotondamento abbastanza contenuto da rendere affidabili le grandi classi. Il 35,9 per cento della popolazione ha meno di quindici anni, il 60,1 per cento è compreso tra quindici e sessantaquattro anni e soltanto il 3,9 per cento ha almeno sessantacinque anni. L’età media è pari a circa 25,6 anni e la mediana a 21. Con circa undici anziani ogni cento giovani, Piancastagnaio mostra il profilo di una popolazione pre-transizionale: base molto ampia, forte presenza di bambini e rapido assottigliamento alle età mature e anziane.
Una struttura tanto giovane può apparire, a prima vista, intrinsecamente vitale. In realtà essa esprime insieme potenzialità di ricambio e forte pressione sulle famiglie. Il rapporto di dipendenza totale raggiunge circa 66 individui convenzionalmente dipendenti ogni cento persone tra quindici e sessantaquattro anni; quasi tutto il carico è giovanile, mentre quello anziano è ridotto. Le soglie moderne non descrivono perfettamente il mondo ottocentesco, perché bambini e adolescenti partecipavano precocemente alla custodia dei fratelli, ai lavori agricoli, alla cura degli animali e alle attività domestiche. Tuttavia, prima di diventare produttori autonomi, i minori dovevano essere alimentati, protetti e addestrati. La numerosità delle nuove generazioni non garantiva quindi automaticamente la sostenibilità: rappresentava un investimento collettivo che poteva convertirsi in forza di lavoro e nuove famiglie soltanto se una quota sufficiente di bambini sopravviveva e trovava risorse per accedere alla vita adulta.
È qui che il caso del 1841 si collega alla transizione demografica. Nel regime antico o “naturale” natalità e mortalità sono entrambe elevate; la crescita di lungo periodo tende a essere contenuta e può essere annullata da crisi di mortalità. La transizione prende avvio quando la mortalità diminuisce stabilmente, mentre la fecondità resta per qualche tempo alta; ne deriva una fase di crescita accelerata. Solo successivamente la natalità si riduce e si forma un nuovo equilibrio, caratterizzato da maggiore sopravvivenza, famiglie meno numerose e progressivo invecchiamento. La storiografia ha ormai superato l’idea di una sequenza identica in tutti i paesi: mortalità, fecondità, nuzialità, istruzione e trasformazioni economiche interagiscono con calendari differenti (Coale e Watkins 1986; Livi Bacci 2017). Piancastagnaio precede tale trasformazione. La scarsità di anziani non indica semplicemente che si facevano molti figli, ma che la probabilità cumulativa di raggiungere età avanzate era molto inferiore a quella contemporanea.
L’analisi dei bambini conviventi con le potenziali madri rafforza questa interpretazione. Il rapporto tra bambini di zero-quattro anni assegnati e donne tra quindici e quarantanove anni è pari a circa 459 per mille. Applicando differenti ipotesi di sopravvivenza infantile, il documento di partenza ricava una fecondità totale recente compresa approssimativamente tra 3,9 e 4,6 figli per donna. Questi risultati non devono essere trattati come valori esatti: il metodo dei figli propri ricostruisce retrospettivamente la fecondità a partire dai bambini sopravvissuti e presenti nella famiglia, e dipende sia dalla correttezza dell’associazione madre-figlio sia dalle ipotesi sulla mortalità (Cho, Retherford e Choe 1986; Timæus 2021). Il loro significato è soprattutto strutturale. La comunità produceva un numero elevato di nascite, ma una parte di esse serviva a compensare una sopravvivenza incerta. L’equilibrio era quindi demograficamente costoso: richiedeva molte gravidanze, molto lavoro di cura e una continua sostituzione delle perdite.
La sostenibilità non può tuttavia essere valutata soltanto confrontando nascite e morti. In una società priva di welfare moderno, il luogo nel quale dipendenze e rischi vengono concretamente assorbiti è la famiglia. Richard Smith ha sottolineato come le istituzioni sociali e in particolare i sistemi familiari contribuiscano a definire i regimi demografici delle società non industriali (Smith 2002). La casa stabilisce chi condivide alimenti e lavoro, chi assiste i bambini, chi sostiene una vedova o un anziano e chi può attendere prima di formare una nuova unione. Il comportamento demografico non è dunque la somma di decisioni individuali isolate: è incorporato in regole di convivenza, successione, matrimonio e solidarietà. Da questo punto di vista il censimento nominativo di Piancastagnaio è particolarmente utile, perché conserva sia l’unità familiare sia quella abitativa e permette di osservare il livello intermedio tra individuo e popolazione.
Le 506 famiglie censuarie risultano distribuite in 473 case. La dimensione media è di 5,41 individui per famiglia e di 5,79 per casa; il numero medio di famiglie per abitazione è 1,07. La coincidenza tra famiglia e casa è quindi molto frequente, ma le code della distribuzione rivelano situazioni più complesse: 34 famiglie hanno almeno dieci componenti, sei ne hanno almeno quindici e la dimensione massima raggiunge diciannove persone. Secondo una classificazione prudenziale ispirata alla tipologia di Laslett, 388 famiglie, pari al 76,7 per cento, sono semplici; 97, pari al 19,2 per cento, sono estese; i solitari sono 18 e le unità non familiari tre. Il nucleo coniugale è l’architrave dell’organizzazione domestica, ma quasi una famiglia su cinque comprende un’estensione ascendente, discendente o collaterale. Tale componente non è un residuo marginale: costituisce uno dei dispositivi attraverso cui la comunità redistribuisce dipendenze e rischi.
La famiglia estesa può accogliere un genitore anziano, una vedova, un parente non coniugato o altri soggetti che non dispongono di una base economica autonoma. Può inoltre ampliare il numero degli adulti disponibili per il lavoro e la cura dei bambini. In questo senso la co-residenza funziona come un’assicurazione informale: una perdita individuale viene almeno in parte trasformata in un carico condiviso. Gli studi comparativi sui legami familiari europei hanno mostrato la persistenza di forti differenze territoriali nelle pratiche di sostegno e prossimità (Reher 1998), mentre Viazzo ha evidenziato che la parentela ha continuato a svolgere funzioni di welfare anche durante la costruzione dei sistemi pubblici (Viazzo 2010). Nel Piancastagnaio del 1841, dove pensioni, assicurazioni sociali e assistenza sanitaria universalistica non esistono, la dipendenza dalla famiglia è ancora più diretta. La sostenibilità demografica passa quindi attraverso una micro-infrastruttura domestica che integra produzione, consumo, cura e trasmissione delle competenze.
Questa funzione protettiva non deve essere idealizzata. La co-residenza può rappresentare solidarietà, ma anche mancanza di alternative; una famiglia numerosa può disporre di molte braccia oppure trovarsi in una condizione di grave pressione alimentare. Numerosità e complessità non sono equivalenti: un nucleo semplice può essere molto grande per l’elevato numero di figli, mentre una famiglia estesa può essere formata da pochi individui, uno dei quali anziano o privo di reddito. Inoltre, la concentrazione delle responsabilità assistenziali nella parentela rende la protezione diseguale. Chi appartiene a reti ampie e dotate di risorse è più protetto di chi è solo o inserito in famiglie povere. La sostenibilità del sistema complessivo può dunque convivere con l’insostenibilità di singole traiettorie biografiche. È un punto decisivo: la persistenza di una comunità non dimostra che i costi della sua riproduzione siano equamente distribuiti.
La vedovanza femminile rende visibile questa tensione. Nel censimento compaiono 131 vedove contro 44 vedovi. Tra le donne di cinquantacinque-sessantaquattro anni la vedovanza supera la metà e, fra quelle di almeno sessantacinque anni, riguarda circa due donne su tre. La diversa sopravvivenza dei sessi, la differenza d’età tra coniugi e la maggiore possibilità maschile di risposarsi contribuiscono a produrre tale squilibrio. In assenza del marito, una donna può perdere reddito, protezione e posizione domestica; la risposta può essere la permanenza con i figli, l’ingresso in una famiglia estesa, il servizio o, nei casi peggiori, l’indigenza. Gli studi sulle società del passato mostrano che morte del coniuge e riorganizzazione della famiglia sono strettamente collegate e che la capacità di far fronte al disagio dipende dalle risorse e dai legami disponibili (Derosas e Oris 2002). La presenza di vedove nelle case di Piancastagnaio è quindi un indicatore della resilienza familiare, ma anche del limite di un sistema che non offre protezioni indipendenti dalla parentela.
Un altro costo poco visibile riguarda il lavoro femminile. Fra le donne di quindici-sessantaquattro anni, 389 sono registrate come “attendenti a casa” e per 313 la professione non è indicata; soltanto 137 presentano un’altra professione riconoscibile. Sarebbe errato tradurre queste categorie in inattività. La preparazione del cibo, la manutenzione della casa, la cura dei figli, dei malati e degli anziani, la filatura, la tessitura, le lavorazioni minute e il sostegno alle attività agricole costituiscono lavoro indispensabile alla riproduzione sociale. Tilly e Scott hanno mostrato come lavoro e famiglia siano storicamente inseparabili e come le categorie occupazionali tradizionali tendano a sottovalutare l’apporto femminile (Tilly e Scott 1978). Il censimento registra dunque non soltanto la realtà economica, ma la gerarchia amministrativa di ciò che viene riconosciuto come mestiere. La sostenibilità di Piancastagnaio poggia in larga misura su attività che la fonte rende indistinte o tace.
Anche l’istruzione interviene nel rapporto fra popolazione e capacità di adattamento. La copertura censuaria della variabile è troppo bassa e selettiva per consentire un tasso attendibile di alfabetizzazione, soprattutto per le donne. Tuttavia, proprio questa selettività ricorda che una comunità non dispone soltanto di braccia, ma di competenze differenziate: leggere, scrivere, tenere conti, trattare con l’amministrazione, trasmettere saperi artigianali e interpretare opportunità esterne. La transizione demografica europea è stata associata, con intensità variabile, alla crescita dell’istruzione, al mutamento dei costi e benefici dei figli e alla diffusione di nuovi comportamenti riproduttivi (Coale e Watkins 1986; Sánchez-Barricarte 2017). Nel 1841 Piancastagnaio appare ancora organizzata soprattutto attraverso l’apprendimento familiare e professionale. La sostenibilità dipende quindi dalla continuità pratica dei mestieri e dalla possibilità di integrare progressivamente i giovani nel sistema produttivo.
La quasi completa coincidenza tra luogo di nascita e comunità di residenza aggiunge un ulteriore elemento. Circa il 99 per cento degli abitanti risulta nato a Piancastagnaio. Il dato misura la mobilità stabile osservabile al censimento e non esclude servizio, lavoro stagionale, partenze temporanee o ritorni. Esso indica tuttavia che la riproduzione della popolazione e delle famiglie è prevalentemente endogena. Tale radicamento può rafforzare le reti di fiducia, la trasmissione delle competenze e la disponibilità di parenti prossimi; nello stesso tempo può aumentare la dipendenza dalle risorse locali e ridurre la diversificazione delle risposte a una crisi. Nella prospettiva della transizione della mobilità proposta da Zelinsky, i regimi demografici sono collegati anche a differenti intensità e forme degli spostamenti (Zelinsky 1971). Una comunità scarsamente alimentata da immigrazione stabile deve affidare quasi interamente il ricambio alle proprie nascite e alla sopravvivenza dei propri membri.
Per valutare la sostenibilità occorre inoltre distinguere tra equilibrio ordinario e comportamento durante le crisi. Una popolazione può apparire stabile in anni normali e rivelarsi estremamente fragile quando un raccolto insufficiente fa salire il prezzo dei cereali o un’epidemia colpisce contemporaneamente bambini e adulti. Nelle economie preindustriali la mortalità non dipendeva soltanto dalla quantità media di risorse, ma dalla loro accessibilità nei momenti critici, dalle riserve familiari, dall’efficienza dei mercati e dalle forme di assistenza comunitaria. Gli studi raccolti da Bengtsson, Campbell e Lee hanno mostrato come, in differenti popolazioni europee e asiatiche, gli effetti delle pressioni economiche sulla sopravvivenza variassero secondo età, sesso, posizione sociale e organizzazione domestica (Bengtsson, Campbell e Lee 2004). La nozione di sostenibilità deve quindi comprendere la distribuzione del rischio. Se le famiglie più povere, i bambini, le vedove o i lavoratori privi di terra assorbono quasi interamente le conseguenze di uno shock, la comunità può recuperare numericamente pur avendo prodotto costi umani molto diseguali. Il censimento di Piancastagnaio non consente di ricostruire direttamente queste risposte, ma segnala i gruppi sui quali una crisi avrebbe potuto incidere maggiormente: famiglie con molti minori, nuclei privi di più adulti produttivi, vedove anziane, solitari e persone indicate come indigenti. La loro presenza impedisce di ridurre la sostenibilità a una media comunale e invita a considerarla come capacità differenziata di sopravvivenza.
Una lettura completa dovrebbe poi collegare la struttura demografica alla riproduzione materiale del territorio. Il numero di abitanti sostenibile per una comunità amiatina non dipendeva solamente dalla superficie agricola, ma dall’insieme delle attività disponibili, dall’accesso al bosco e ai pascoli, dai mestieri, dagli scambi e dalle possibilità di integrare redditi diversi. La famiglia rappresentava il punto nel quale tali risorse venivano combinate: poteva distribuire i propri membri tra coltivazione, artigianato, servizio e lavoro domestico, modificando la strategia al variare del ciclo di vita. L’ampiezza familiare aveva perciò un significato ambivalente. Molti figli accrescevano il consumo immediato, ma potevano in seguito ampliare e diversificare la capacità lavorativa; la presenza di anziani aumentava il bisogno di sostegno, ma poteva conservare competenze, autorità e funzioni di cura. La sostenibilità non nasceva da una divisione rigida tra produttori e dipendenti, bensì dalla possibilità di attribuire a persone di età e condizioni differenti ruoli compatibili con le loro capacità. Proprio per questo gli indicatori contemporanei di dipendenza, pur utili per confrontare strutture per età, devono essere interpretati storicamente. Essi misurano la pressione potenziale sulle età centrali, ma non descrivono l’effettiva circolazione di lavoro, beni e assistenza dentro la casa. Il dato quantitativo diventa significativo soltanto quando viene collegato alle istituzioni che trasformano la composizione della popolazione in un sistema di cooperazione.
Il confronto con il presente mostra infine che la sostenibilità non possiede una configurazione demografica ideale valida per ogni epoca. A Piancastagnaio nel 1841 vi sono circa undici anziani ogni cento giovani; nella Toscana contemporanea gli anziani superano largamente i duecento ogni cento giovani. La dipendenza non è scomparsa, ma ha cambiato composizione. Il regime pre-transizionale deve sostenere molti bambini per ottenere il ricambio necessario in condizioni di mortalità elevata; quello contemporaneo, caratterizzato da bassa fecondità e lunga sopravvivenza, deve finanziare pensioni, sanità e assistenza di lunga durata mentre si restringono le generazioni in ingresso. La transizione demografica non conduce perciò da un sistema “insostenibile” a uno definitivamente sostenibile. Riduce il costo umano della mortalità precoce e delle gravidanze numerose, ma produce nuovi squilibri fra durata della vita, fecondità, lavoro e cura.
Se si volesse tradurre questa impostazione in un programma di ricerca, la sostenibilità storica di Piancastagnaio dovrebbe essere misurata lungo più dimensioni e su un arco cronologico esteso. Alle serie dei nati e dei morti andrebbero affiancati l’età al matrimonio, il celibato definitivo, gli intervalli fra le nascite, la mortalità infantile, la durata delle unioni e i movimenti migratori. I dati familiari dovrebbero mostrare quante persone vulnerabili vivevano con parenti, come cambiavano le case dopo una morte e quali nuclei riuscivano a ricostituire capacità lavorativa. Le informazioni economiche dovrebbero infine documentare prezzi, raccolti, professioni, accesso alla terra e forme di assistenza. Nessun singolo indicatore potrebbe fornire un verdetto, perché un miglioramento in una dimensione può accompagnarsi a un peggioramento in un’altra: una crescita delle nascite può rafforzare il ricambio ma diluire le risorse familiari; l’emigrazione può ridurre la pressione locale ma sottrarre adulti; la co-residenza può proteggere una vedova ma sovraccaricare il nucleo che la accoglie. La sostenibilità emerge perciò dalla coerenza complessiva fra flussi demografici, risorse e capacità istituzionali. Il censimento del 1841 costituisce il punto di partenza di questa analisi, non la sua conclusione: offre la mappa delle relazioni sulle quali verificare, mediante fonti longitudinali, se e come la comunità riuscisse davvero a durare.
Il caso di Piancastagnaio consente dunque di distinguere almeno tre livelli. Il primo è l’equilibrio demografico in senso stretto, cioè la capacità delle nascite di compensare morti e partenze. Il secondo è la sostenibilità sociale della riproduzione, vale a dire la possibilità di alimentare, curare e avviare alla vita adulta le nuove generazioni e di assistere chi perde autonomia. Il terzo è la resilienza, intesa come capacità di assorbire perturbazioni senza una rottura duratura delle famiglie e della comunità. Il censimento documenta soprattutto il secondo livello e offre indizi sugli altri due; per misurare davvero il ricambio naturale servirebbero serie pluriennali di battesimi, nascite, sepolture e matrimoni, mentre per valutare la resilienza occorrerebbe osservare gli effetti di crisi specifiche e i successivi recuperi. Riconoscere questi limiti evita di chiedere a una fonte sincronica ciò che non può fornire.
Piancastagnaio non rappresenta pertanto un modello autosufficiente da celebrare né un passato arretrato da giudicare con categorie esclusivamente contemporanee. È un laboratorio storico nel quale si vede che la durata di una popolazione nasce dall’interazione fra meccanismi biologici e istituzioni sociali. I 2.737 abitanti formano una popolazione giovane e capace di un ampio ricambio potenziale, ma tale potenziale richiede molte nascite, un intenso lavoro domestico e la presenza di famiglie in grado di assorbire vulnerabilità. La casa protegge, ma può comprimere; la parentela redistribuisce i rischi, ma lascia scoperto chi dispone di legami deboli; l’alta fecondità produce futuro, ma accresce nell’immediato il carico sulle risorse; il radicamento rafforza la coesione, ma può aumentare l’esposizione agli shock locali. In termini di demografia storica, la sostenibilità non è dunque la semplice persistenza numerica di una comunità. È la capacità, sempre provvisoria e socialmente diseguale, di trasformare fecondità e sopravvivenza in ricambio generazionale, lavoro e solidarietà, mantenendo nel tempo un equilibrio praticabile fra popolazione, risorse e istituzioni.
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