di Rita Picchianti
L’attuale “inverno demografico” che affligge le nazioni sviluppate è un fenomeno demografico che analisi economiche e politiche non riescono a spiegare del tutto.
Incentivi fiscali, servizi di welfare e dinamiche del mercato del lavoro, pur offrendo spunti, si rivelano inadeguati a cogliere la profondità di una crisi che tocca la volontà stessa di dare la vita. La denatalità, prima che un problema statistico, è il sintomo di un malessere più profondo: una crisi antropologica che si basa sul significato che la nostra civiltà attribuisce all’esistenza, alla felicità e al nucleo familiare. La radice del problema, come diagnosticato acutamente dal filosofo Francisco Canals Vidal, è che, come società, “non sappiamo dove stiamo andando”.
La tesi centrale di questa analisi è che il progressivo svuotamento delle culle sia la conseguenza ultima dell’abbandono di una concezione integrale dell’uomo, della felicità e della famiglia, come quella mirabilmente articolata da San Tommaso d’Aquino.
Per questo approfondimento attingeremo alla riflessione di Mercedes Palet, che ha scritto un saggio sulle connessioni tra la psicologia moderna e la filosofia tomista, di prossima pubblicazione anche in italiano. La crisi di orientamento circa lo scopo ultimo dell’esistenza si riflette in modo inevitabile in una crisi della genitorialità. Quando la funzione procreativa e formativa non è più riconosciuta come un percorso di sviluppo etico e di maturità, la procreazione perde la sua valenza trascendente e la sua priorità. Diventa quindi una delle tante scelte possibili, spesso percepita come un onere o un ostacolo alla realizzazione individuale.
Per comprendere il ruolo della famiglia, è indispensabile definire la natura umana che essa è chiamata a servire. Come afferma la filosofia tomista, “i principi dell’azione sono i fini a cui l’azione tende”. Un disorientamento su chi sia l’uomo e quale sia il suo scopo si traduce inevitabilmente in un disordine nell’agire, con conseguenze devastanti per le istituzioni fondamentali come la famiglia. In un dialogo polemico con le visioni riduttive della modernità, l’antropologia tomista offre una prospettiva chiara e coerente.
Secondo la sintesi di Mercedes Palet, la “prima natura” dell’uomo si fonda su pilastri che si oppongono frontalmente agli antropologismi deterministici. L’essere umano, in quanto unità bio-psichica dotata di coscienza razionale (quella che San Tommaso dice unione sostanziale di corpo e anima), è caratterizzato da una naturale inclinazione verso il benessere e l’autoperfezionamento. Contrariamente alle visioni che negano una capacità innata di distinguere il bene dal male, la ragione riconosce che l’uomo è dotato di strutture cognitive al servizio della saggezza e dell’autoregolazione: i principi primi della logica e un meccanismo auto-correttivo intrinseco, che orienta al comportamento etico.
In questa prospettiva, la famiglia non è una mera costruzione socio-economica, ma una struttura funzionale e antropologica, contesto primario di socializzazione. Essa è la “comunità di partecipazione valoriale”, l’unità naturale in cui l’essere umano apprende i codici di condotta e l’autoregolazione emotiva e comportamentale. È qui che l’educazione al comportamento etico si rivela non come una routine meccanica o un condizionamento esterno, ma come la coltivazione di una “seconda natura” (gli habitus di San Tommaso) che perfeziona la libertà, rendendo l’azione corretta più facile e spontanea.
Questa visione, dunque, non colloca la famiglia e la genitorialità come semplici opzioni di stile di vita, ma come il compimento naturale e necessario della persona, nel cui contesto l’educazione assume il suo significato di guida verso la piena realizzazione.
Secondo il pensiero tomista, la missione della genitorialità trascende la procreazione biologica per raggiungere un fine altissimo: la promozione della prole “fino a raggiungere lo stato perfetto dell’uomo in quanto uomo, che è lo stato di virtù”. Questo compito conferisce all’individuo la dignità di essere “agente di cambiamento positivo nel prossimo”, una partecipazione all’ordine evolutivo della società[1].
Questo compito educativo, radicato in un amore che è dono e guida, conferisce alla genitorialità un significato trascendente. Essere genitori non è un ruolo sociale, ma una vocazione alla perfezione, propria e dei figli. È proprio questa visione profonda che il mondo contemporaneo ha smarrito, riducendo la famiglia a un guscio sentimentale privato del suo nucleo.
La crisi contemporanea della famiglia è la conseguenza diretta di una radicale alterazione della comprensione della libertà e della natura umana. La modernità, come evidenzia Palet nel suo dialogo polemico, ha eroso i fondamenti antropologici su cui si regge l’istituto familiare, sostituendoli con una visione dell’uomo deterministica e disorientata.
Questo stato di disorientamento spirituale corrisponde a ciò che San Tommaso definiva acedia: la tristezza e la noia per il bene spirituale, descritta da molti pensatori contemporanei come “il male più grave della vita contemporanea”. L’acedia non è pigrizia, ma una profonda repulsione verso le esigenze di una vita carica di significato. Una società acediata vede il sacrificio della genitorialità non come una via alla perfezione, ma come un peso opprimente da cui fuggire. Una famiglia che ha smarrito la sua missione innesca così una crisi di significato che si riflette inevitabilmente sulla scelta di procreare.
La crisi demografica è la logica e inevitabile conseguenza della crisi filosofica e familiare. Se è vero che – come insegna la filosofia – “i principi dell’azione sono i fini a cui l’azione tende”, allora una civiltà che ha perso il telos (fine) della famiglia non può che vedere indebolirsi il suo principium (l’atto generativo). Le culle si svuotano perché si è svuotato di significato il progetto di vita che esse rappresentano.
Quando la genitorialità viene spogliata della sua dimensione profonda – quella di essere una “causa di bontà nelle altre”, un cammino verso la perfezione – si riduce a un progetto egoistico di autorealizzazione o a un pesante onere economico ed emotivo. In una cultura che esalta un’indipendenza assoluta, il dono disinteressato della vita appare come una limitazione della libertà, un legame e una responsabilità che contrastano con l’ideale di una vita fluida e priva di impegni definitivi.
L’inverno demografico, pertanto, non è primariamente una crisi di risorse materiali, ma una crisi di speranza e di significato. È la manifestazione statistica di una civiltà che ha smesso di credere in un futuro per cui valga la pena sacrificare il presente.
La via d’uscita, di conseguenza, non potrà limitarsi a misure economiche, ma dovrà passare attraverso una profonda riscoperta del senso della famiglia e della vita umana. Non si può chiedere a uomini e donne di investire la propria vita in un futuro che non riescono a concepire come buono.
L’inverno demografico cesserà solo quando la società tornerà a vedere nei figli non un peso per il presente, ma la personificazione di un bene e di un fine per cui vale la pena vivere, donarsi e sperare. La rinascita demografica non potrà che essere la conseguenza di una rinascita spirituale, radicata nella riscoperta del vero volto dell’uomo e del suo insostituibile nido: la famiglia.
[1] Per descrivere l’ambiente unico in cui si svolge tale processo formativo, San Tommaso utilizza una metafora di straordinaria profondità: l’utero spirituale.


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