di Paolo Moroni – Associazione Nazionale Famiglie Numerose
La crisi demografica denominata anche “inverno demografico” che sta attraversando il nostro Paese, forse sottovalutata ma vera e propria emergenza nazionale, non accenna a rallentare. Anche i dati relativi ai primi nove mesi dell’anno 2025 confermano questa tendenza negativa:

Le ripercussioni di quanto sta accadendo saranno estremamente complesse sul piano sociale ed in particolare per quanto riguarda la tenuta del sistema pensionistico. Nella tabella di seguito riportata si evidenzia la composizione della popolazione italiana suddivisa per età anagrafica.

La linea tracciata in corrispondenza dell’età 67 sta ad indicare la data stimata per l’accesso alle prestazioni pensionistiche attuali, salvo benefici e/o anticipazioni anche in funzione dei così detti lavori usuranti.
La rappresentazione grafica può rappresentare con maggior efficacia i dati numerici precedenti:

Secondo quanto riportato dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) in una recente audizione parlamentare (23 settembre 2025) circa 6 milioni di italiani andranno in pensione nei prossimi dieci anni e questo dato rappresenta una vera e propria “bomba ad orologeria” per il sistema previdenziale: un numero sempre più ridotto di persone in età lavorativa dovrà “supportare” una spesa pensionistica sempre maggiore.
Nemmeno ulteriori spostamenti in avanti dell’età per l’accesso alle prestazioni pensionistiche potranno ormai far fronte a questa vera e propria “emergenza” finanziaria.
Nell’ambito delle attività svolte dalla nostra ASSOCIAZIONE NAZIONALE FAMIGLIE NUMEROSE, proprio dieci anni fa, analizzando le prestazioni a sostegno del reddito e il sistema pensionistico (eravamo già tutti in allarme per l’incalzare dell’inverno demografico) rilevammo dei dati “sorprendenti” anche in relazione ai diversi livelli di reddito da pensione.

I dati sopra riportati mostravano che quasi un pensionato INPS su due (42,5% pari a circa 6,5 milioni di individui) percepiva un reddito pensionistico medio inferiore a 1.000 euro mensili (tra questi il 12,1% al di sotto di 500 euro) e che il 4,65% dei pensionati (circa 700.000 prestazioni) percepiva quasi quanto il 40% dei pensionati (oltre 6.000.000 di prestazioni). Evidente le differenze generate anche da normative “allegre” nei tempi trascorsi.
Dopo 10 anni, abbiamo riesaminato gli stessi dati, aggiornati appunto all’anno 2024, sulla base della relazione annuale INPS presentata nel 2025.

Le variazioni che emergono sono di estremo interesse e le analizziamo sia in termini numerici e percentuali di prestazioni pensionistiche erogate per classi di reddito, che in termini di spesa complessiva pensionistica.

A fronte di un dato di fatto ottimale rappresentato dal decremento delle pensioni più basse, ma che restano ancora preoccupanti in termini reddituali, si assiste ad un incremento generalizzato per le pensioni di medio importo e un forte incremento per le prestazioni di maggior importo che passa da un 4,65% dell’anno 2014 ad un 14,73% dell’anno 2024.
Di conseguenza la spesa pensionistica non rallenta certamente ma subisce un fortissimo aumento come rappresentato dalla tabella seguente.

Le considerazioni in merito sono sempre le stesse. Tutto il sistema porta sulle sue spalle un complesso apparato normativo sperequativo che ha premiato molti “fortunati” con pensioni Baby, con vitalizi d’oro per cariche istituzionali, con trattamenti favorevoli non rapportati agli effettivi contributi versati ma al livello di retribuzione assunto al momento dell’uscita dal mondo del lavoro.
Questo sistema, altamente discriminatorio, è andato a pesare e va a pesare su chi di fatto percepisce un assegno pensionistico non dignitose ed incapace di soddisfare almeno i bisogni primari e su coloro che, sia per questi motivi che sul crollo delle nascite, vedrà sempre più allontanare la propria età pensionabile.
Con i dati riportati da INAPP – sei milioni di nuovi pensionati nei prossimi dieci anni – insieme alle conseguenze delle già citate anomalie normative ereditate dal passato, andrà a generarsi un notevole ed ulteriore incremento della spesa pensionistica la cui copertura sarà sempre meno garantita dalle entrate contributive, ragion per cui il disavanzo finanziario derivante non potrà che venir coperto dalla fiscalità, togliendo però, in questo modo, risorse ad altri settori della spesa pubblica o incidendo negativamente ed ulteriormente sul debito pubblico il quale, peraltro, non accenna “storicamente” a rallentare o per lo meno ad orientarsi gradualmente verso i famosi parametri fissati a suo tempo.
Unica strada percorribile a questo punto non è né strategica né di provvedimenti tampone come posticipare di mesi o anni l’accesso alla pensione ma è “strettamente” matematica: cambiare completamente visione e prospettiva, rivedendo tutto il processo di calcolo e ricalcolo delle prestazioni, improntando una limitazione concreta a tutti i trattamenti d’oro ad oggi erogati e a quelli nuovi in entrata nei prossimi anni.
Molti tireranno fuori subito la mitica frase “non si toccano i diritti acquisiti” ma non esiste alternativa ai due i grandi “squilibri” del sistema ovvero, al numero pensionati sempre maggiore in rapporto a chi lavora e versa contributi, e alle enormi differenze di assegno tra chi gode di lauti trattamenti e chi nemmeno percepisce il minimo per la sopravvivenza. Un ricalcolo parziale delle prestazioni pensionistiche sulle fasce di reddito più alte non toglie loro nulla perché in buona sostanza e con ampia certezza, hanno già soddisfatti anche i propri bisogni secondari e comunque non viene loro interrotta né falcidiata la corresponsione della rendita pensionistica.
La redistribuzione alle fasce più deboli, nuclei familiari compresi, contribuisce nella maggior parte dei casi al superamento della soglia di povertà corrispondente con il soddisfacimento dei propri bisogni primari e in parte almeno di qualche bisogno secondario che per una buona qualità di vita non guasta, anzi ne sono il sale.
Per i lavoratori ricorrere alla previdenza complementare è sicuramente un fatto positivo ma, mentre da una parte diventa strada obbligata, dall’altra si impongono comunque versamenti contributivi sul reddito del lavoratore, destinati alle spese correnti.
Spesso nelle norme agevolative alle famiglie, laddove si tratta di erogare denaro, si legge la nota: “nei limiti dei fondi disponibili”. Ecco ugualmente dovrebbe essere per la spesa pensionistica, visto che nella sua storica gestione non c’è stato un accantonamento effettivo dei contributi versati per il futuro diritto alla pensione (la spesa pensionistica è infatti coperta da entrate contributive correnti e dalla fiscalità). Messo un tetto alla spesa complessiva il ricalcolo andrà ad incidere in negativo sulle prestazioni pensionistiche d’oro e, in positivo, a soddisfare le seguenti necessità:
- Incremento del numero delle prestazioni senza incidere sulla fiscalità.
- Migliorare i trattamenti pensionistici più bassi.
- Destinare risorse alle “politiche familiari” quale “PATTO INTERGENERAZIONALE” a sostegno della natalità. SENZA FIGLI NON C’È FUTURO!
Si può fare? Sì/No/FORSE… Alla politica tutto è possibile… se lo vuole!


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